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Full text of "La maestrina degli operai : racconto"

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JuA-'       *■        V 


ai  iUt 

The  Estate  of  the  late 
Professor  J.  E.  Shaw 


La  Maestrina  duyli  Operai. 


La  Maestrina 

degli  Operai  ^ 


RACCOiNTO 


EDMONDO    DJ-:    AMICIS 


MILANO 

\  ^  Y  R  A  1  E  L  L  I     T  R  E  V  E  S  ,     EDITORI 
^       1901 

3.^    Edizione. 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


I  diritti  di  riproduzione  e  di  traduzione  sono   riser- 
vati per  futti  1  paesi,  compreso  il  Regno   di    Svezia 
e  di  Norvegia. 


%  R  A"'^ 


^  ?  '963      J 


Tip.  Fratelli  Trevc 


,A  MAESTRINA  Dli(iLI(JlM^liAI 


I. 


Una  delle  più  belle  scuole  subur- 
bane di  Torino,  che  son  tutte  nuove 
e  di  bell'aspetto,  è  quella  del  piccolo 
sobborgo  di  Sant'Antonio,  posto  un 
miglio  fuor  di  porta  e  abitato  in  gran 
parte  da  contadini  e  da  operai  di  due 
grandi  fabbriche  di  ferramenti  e  di 
acido  solforico,  che  lo  riempion  di  ru- 
more e  lo  copron  di  fumo.  Il  sob- 
borgo è  formato  da  una  sola  strada 
diritta,  fiancheggiata  di  piccole  case 
e  d'orticelli,  dalla  quale  si  spicca  un 

De  Amicis.  I 


La  maestrina  degli  operai 


largo  viale,  che  corre  nella  campa 
gna  aperta:  in  fondo  a  questo  v'è  la 
chiesa,  solitaria,  e  dall'  un  dei  lati 
sul  confine  d' un  campo,  la  scuola 
L'edifizio,  piccolo  e  grazioso,  ha  cin 
que  stanzoni  al  pian  terreno,  per  le 
cinque  classi  elementari,  e  due  ca- 
merette per  il  cantoniere  e  sua  mo- 
glie che  servon  da  bidelli,  e  al  pian 
di  sopra  i  quartierini  per  le  quattro 
maestre  e  un  maestro,  che  hanno 
ciascuno  due  camerette  e  una  cucina. 
Agli  insegnanti  appartengono  cinque 
orti  minuscoli ,  chiusi  nel  muro  di 
cinta  del  cortile,  e  coltivati  dal  bi- 
dello, che  tien  per  sé  i  legumi  e  dà 
al  primo  piano  le  fragole  e  i  fiori. 
Questa  piccola  famiglia  scolastica,  non 
visitata  che  rare  volte  dall'ispettore 
di  Torino,  se  ne  vive  là  come  in  una 


La  macstrina  degli  operai  3 

villetta,  tranquilla  e  -libera;  senonchè 
le  delizie  della  villeggiatura  le  sono 
molto  scemate  da  quattro  mesi  di 
freddo  e  di  nebbia,  durante  i  quali  il 
luogo  è  uggioso  e  la  solitudine  triste. 
Era  appunto  una  giornata  grigia 
e  cruda  della  fin  di  novembre  ,  e  la 
giovine  maestra  Varetti  stava  guar- 
dando con  maggior  tristezza  del  so- 
lito ,  dalla  finestra  della  sua  came- 
retta, i  tetti  bassi  del  sobborgo  ,  al 
di  sopra  dei  quali  fumavano  i  ca- 
mini altissimi  delle  officine,  e  la  va- 
sta pianura  coperta  di  neve,  chiusa 
lontano  dalle  Alpi  bianche ,  velate 
dalla  nebbia.  L'uggia  della  stagione 
e  del  luogo  le  era  accresciuta  dal 
pensiero  molesto  di  dover  incomin- 
ciare il  giorno  dopo  la  scuola  serale 
degli  adulti  a  cui  1'  aveva    destinata 


La  maestrina  degli  operai 


la  Direzione  delle  scuole  di  Torino , 
essendosi  fatta  dispensare  da  quel- 
r  ufficio ,  dopo  un  mese  e  mezzo  di 
lezioni ,  la  moglie  del  maestro  Ga- 
rallo  ,  per  indebolimento  improvviso 
della  vista.  Ella  non  sarebbe  stata 
così  inquieta  se  avesse  dovuto  far 
quella  scuola  in  un  altro  villaggio 
qualsiasi;  ma  le  davan  pensiero  quei 
contadini  del  suburbio ,  guasti  dalla 
vicinanza  della  città,  dove  andavano 
a  passar  la  domenica,  e  donde  ogni 
giorno  di  festa  veniva  là  uno  sciame 
di  barabba  a  giocare  e  a  straviziar 
nelle  osterie ,  triplicate  di  numero 
dopo  che  v'era  il  tranvai;  la  intimi- 
divano anche  di  più  gli  operai,  meno 
rispettosi  dei  contadini  e  meno  ma- 
neggevoli ,  fra  i  quali  si  diceva  che 
ci  fossero  dei  socialisti;  e  più  ancora 


La  maestrina  degli  operai 


che  gli  uomini  fatti,  tutti  quei  ragazzi 
tra  i  dieci  e  i  sedici  anni,  ch'essa  ve- 
deva uscire  a  frotte  dalle  fabbriche, 
maneschi,  sboccati,  insolenti  e,  a  quel 
che  le  dicevano,  più  sfrontatamente 
corrotti  e  viziosi  dei  grandi.  Ma  la 
sua  inquietudine  derivava  pure  da 
ragioni  particolari  della  sua  natura  e 
della  sua  vita.  Figliuola  d'  un  mag- 
giore di  fanteria,  di  famiglia  nobile, 
morto  alla  battaglia  di  Custoza,  vis- 
suta fino  a  diciott'  anni  in  un  colle- 
gio severo  di  provincia,  timida  e  gen- 
tile di  natura,  aveva  avuto  fin  da 
bambina  una  specie  di  terrore  fanta- 
stico della  plebe,  effetto  d' una  ma- 
lattia grave,  che  le  era  nata  da  una 
violenta  commozione  di  spavento,  per 
aver  visto  dalla  finestra  di  casa  sua 
una  rissa  sanguinosa  d'  operai  mina- 


6  La   ìiiaestrina  degli  operai 

tori.  Essa  credeva  assai  più  numerosa, 
e  anche  più  malvagia  che  non  sia, 
quella  parte  infima  del  popolo  che 
vive  in  uno  stato  di  ribellione  per- 
petua a  tutte  le  leggi  sociali,  e  che 
dà  la  maggior  folla  alle  carceri  e  alle 
galere:  questa,  nella  sua  immagina- 
zione, era  quasi  la  plebe  intera:  e  il 
pensiero  di  quel  vasto  sotterraneo 
tenebroso,  ch'ella  si  figurava  aperto 
sotto  i  suoi  piedi,  nel  quale  corre- 
vano rigagnoli  di  vino  e  di  sangue  e 
lampeggiavan  coltelli  e  sonavan  grida 
d'assassinati  e  bestemmie  orrende  e 
canti  osceni  di  malfattori  e  di  don- 
nacce, r  affannava  quasi  di  continuo 
come  una  visione  orribile,  da  cui  non 
si  poteva  liberare.  Quando  qualcuno 
le  passava  accanto,  che  le  paresse  di 
quella  gente,  le    correva    un    brivido 


/,<7  maesfn'ita  degli  operai  7 

per  le  vene  ;  a  una  frase  del  loro 
gergo,  che  le  venisse  per  caso  all'o- 
recchio, le  si  accapponava  la  pelle; 
e  al  solo  veder  per  la  strada  un 
principio  di  rissa  ,  impallidiva  come 
una  morta,  si  sentiva  fuggire  le  forze, 
rientrava  in  casa  tremante  da  capo  a 
piedi,  sconfortata  dell'umanità  e  della 
vita.  Sentiva  non  di  meno  per  que- 
gli esseri  una  curiosità  viva  ed  in- 
quieta, che  la  forzava  a  guardarli, 
quando  poteva,  di  nascosto,  a  meditar 
le  loro  frasi  colte  a  volo,  come  ma- 
nifestazioni parziali  del  loro  animo, 
a  rintracciar  particolari  della  vita  e 
della  natura  loro  nelle  cronache  dei 
giornali,  dov'eran  raccontate  le  loro 
gesta.  E  questo  terrore  morboso  cer- 
cava in  ogni  modo  di  vincerlo,  poi- 
ché, buona  e  religiosa  com'era,  scn- 


T^a  ìitaestrina  degli  operai 


tiva  che  derivava  da  fonte  impurn, 
da  una  insufficiente  comprensione, 
da  un  sentimento  non  abbastanza 
profondo  dell'ingiustizia  sociale,  della 
miseria,  dell'  ignoranza  e  del  malo 
esempio,  cagioni  prime  dell'  abbruti- 
mento e  del  delitto.  E  quand'  era 
chiusa  nelle  sue  meditazioni,  capiva 
e  sentiva  tutto  ciò  vivamente,  s' im- 
pietosiva per  coloro  che  l'atterrivano, 
li  amava  d'  amor  cristiano,  sognava 
anzi  un'  opera  redentrice ,  una  le- 
gione di  signore  missionarie  di  bontcà 
e  di  gentilezza  tra  la  plebe,  imma- 
ginava sé  stessa  dedicata  a  quell'o- 
pera, entrava  col  pensiero  nei  luoghi 
piij  abbietti  a  tentar  d' aprire  e  di 
ammollire  i  cuori,  e  le  pareva  che  ci 
sarebbe  riuscita,  e  si  eccitava  in  que- 
sta immaginazione  fino  a   piangerne 


La  maestrina  degli  operai 


di  tenerezza,  e  s'illudeva  d'aver  acqui- 
stato, come  per  un  miracolo,  il  co- 
raggio, tanto  da  fermar  nell'  animo 
di  nrettersi  alla  prova,  alla  prima  oc- 
casione. Ma  un'ora  dopo,  se  le  ac- 
cadeva di  passar  davanti  a  una  delle 
fabbriche  del  sobborgo  mentre  n'  u- 
sciva  l'onda  nera  e  tumultuosa  degli 
operai,  la  riprendeva  con  tutta  la  sua 
forza  il  sentimento  consueto,  e  ogni 
sforzo  eh'  ella  facesse  per  resistervi, 
era  vano.  Quando  la  sera  della  do- 
menica, stando  alla  finestra,  vedeva 
[\\  fondo  al  viale  la  lanterna  rossa  e 
r  uscio  illuminato  dell'  osteria  della 
Gallina^  al  primo  suono  delle  voci 
sformate  e  minacciose  che  annunzia- 
vano una  baruffa,  all'immagine  ese- 
crata, che  le  si  presentava  subito, 
dei  coltelli  branditi  e  d'un  cadavere 

De  Amicis.  2 


La  macsirina  deQ-li  oterai 


steso  sulla  via,  le  pigliava  una  debo- 
lezza mortale  dalla  nuca  alle  reni, 
un  senso  inesprimibile  d' impotenza, 
come  una  paralisi  improvvisa  del  cor- 
po e  dell'  anima,  che  le  lasciava  ap- 
pena la  forza  di  chiudere  le  imposte. 
E  non  potendo  far  altro  cercava  di 
fortificarsi  l' animo  prendendo  fami- 
liarità coi  suoi  piccoli  alunni  della 
seconda  classe,  pensando  che  molti 
di  essi,  fatti  grandi,  sarebbero  pur 
stati  come  quegli  uomini  che  le  met- 
tevan  tanto  terrore,  bevitori,  rissosi, 
pronti  al  coltello,  feroci.  E  con  que- 
sto pensiero  li  osservava  curiosa- 
mente, li  interrogava,  s'ingegnava  di 
scoprire  in  loro  i  germi  delle  pas- 
sioni violente  e  brutali  che  li  avreb- 
bero agitati  più  tardi.  Ma  i  suoi  studi 
le  giovavan  poco.  La  più  parte  erano 


La   tHcUòiitiui   titi^'i   ui'LKii  li 

apatici  a  segno  che  non  si  cacciavan 
neppure  le  mosche  dal  naso  e  dagli 
occhi  mentre  leggevano,  e  quanto  al 
penetrar  nel  loro  cuore,  l' impresa 
era  così  difficile,  che  in  un  anno  e 
più  da  che  si  trovava  a  Sant'  Anto- 
nio, essa  non  era  ancora  riuscita  a 
farne"  piangere  un  solo.  La  classe  so- 
ciale che  le  turbava  l' anima  rima- 
neva sempre  davanti  alla  sua  imma- 
ginazione misteriosa  e  terribile  come 
prima. 


La  maestrina  degli  operai 


IL 


Tutta  compresa  di  quel  pensiero, 
ella  seguitava  con  1'  occhio  un  treno 
lontano  della  strada  ferrata,  che  ri- 
gava la  pianura  bianca,  quando  fu 
distratta  da  una  visita,  che  a  quel- 
r  ora  non  s' aspettava  più.  Era  la 
maestra  Mazzara,  arrivata  da  Torino 
col  tranvai  :  veniva  una  volta  il  mese 
a  trovar  la  sua  amica  suburbana, 
come  la  chiamava,  quasi  sempre  il 
dopo  pranzo  del  giovedì.  Era  mag- 
giore di  lei  di  dieci  anni,  alta  e  secca, 
tutta  nervi,  con  una  carnagione  di 
un  rosso  di  prosciutto  crudo,  e  aveva 
due  begli  occhi  grigi  curiosissimi , 
scintillanti  sopra  un  naso  a  falcetto, 


La  tnaestniia  degli  opeviii  i3 

(li  sotto  al  quale  s'apriva  una  fon- 
tana di  parole  inesauribile,  che  qual- 
che volta  pareva  che  s'ingorgasse  al- 
rorifizlo,  e  non  potesse  uscire  per  la 
troppa  furia. 

Baciata  l'amica,  le  disse  quello  che 
aveva  già  fatto  nella  giornata:  aveva 
girato  r  ingirabile:  s'era  levata  alle 
sette,  era  andata  a  trovare  una  sua 
amica  francese,  monaca^  maestra  nel- 
l'istituto del  Sacrc-Cceiir,  a  chieder  no- 
tizie d'  un'altra  malata,  maestra  nel- 
l'istituto Faconti,  a  raccomandare  un 
ragazzo  a  don  Bosco,  all'Oratorio  di 
via  Cottolengo;  poi  aveva  portato  un 
articolo  d'un'amica  alla  direzione  del- 
l' Unione  degV  insegnanti  e  dato  una 
corsa,  per  un  suo  affare,  alla  Società 
del  canto  corale,  di  cui  faceva  parte, 
—  Dopo    questo  —  concluse   —    hc> 


14  La  maestrina  degli  operai 

ancora  voluto  venire  a  veder  la  mia 
Enrica.  —  Ma,  avvicinandosi  per  ri- 
baciarla, s'accorse  della  sua  tristezza, 
e  cambiando  improvvisamente  viso, 
voce  e  atteggiamento:  —  Che  c'è? 
—  le  domandò.  —  Cos'hai?  Che  è 
accaduto  ? 

La  Varetti  la  fece  sedere  davanti 
a  sé,  nel  vano  della  finestra,  e  le 
disse  della  scuola  serale  e  dei  suoi 
timori. 

—  Non  è  altro?  —  domandò  viva- 
mente l'amica,  sorridendo.  —  Oh  po- 
vera bambina!  Tu  dovresti  esser  con- 
tenta! Lasciamo  andare  che  sono  ot- 
tanta lire  al  mese  di  più....  Ma  tu  ti 
crei  dei  fantasmi.  Ti  assicuro  che  ti 
troverai  benissimo,  invece.  La  gente 
del  popolo  è  buona;  non  bisogna  ba- 
dare   alla    scorza;    ci  scoprirai  delle 


La  ntnestrtiia  degli  operai  i5 

qualità  di  cui  non  liai  idea.  Vedrai, 
vedrai.  Già,  tu  lo  sai,  io  sono  mezza 
socialista. 

Era  anche  socialista,  inff!tti;  era 
un  po' di  ogni  cosa.  Religiosa  con  le 
famiglie  religiose ,  democratica  con 
le  famiglie  del  popolo,  aristocratica 
con  l'aristocrazia,  fautrice  dell'  "eman- 
cipazione,, della  donna  con  le  ami- 
che "emancipate,,,  e  affettuosamente 
piaggiera  con  tutti,  aveva  relazione 
con  mezza  Torino,  bazzicava  cento 
case,  dove  dava  lezioni  e  accettava 
pranzi,  conosceva  preti,  deputati,  gior- 
nalisti, gente  bisognosa,  che  raccoman- 
dava da  tutte  le  parti;  aveva  amiche 
in  tutti  gli  istituti  signorili,  era  confi- 
dente di  cinque  o  sei  direttrici,  scri- 
veva lettere  d'ammirazione,  per  aver 
degli  autografi,  a  uomini  e  a   donne 


i6  La  maestrina  degli  operai 

illustri,  andava  agli  accompagnamenti 
funebri  dei  morti  ragguardevoli,  cac- 
ciandosi in  mezzo  ai  parenti  per  farsi 
credere  amica  di  casa,  presentava  gli 
uni  agli  altri  i  suoi  conoscenti  del 
mondo  scolastico-letterario,  rendeva 
servizi  a  tutti,  risapeva  tutto,  s'inten- 
deva di  tutto.  Soltanto,  non  scriveva 
perchè  le  mancava  il  tempo;  anzi, 
non  parlava  mai  di  letteratura,  che 
le  premeva  poco;  non  era  nata  che 
per  r  azione,  non  aveva  alcuna  va- 
nità letteraria;  la  sua  suprema  ambi- 
zione era  di  diventar  direttrice  d'una 
scuola  municipale. 

Ma  la  Varetti  non  fu  punto  rassi- 
curata dalle  sue  parole.  Sapeva,  per 
esempio,  che  a  una  maestra  della 
scuola  serale  di  Sant'  Andrea  gli 
alunni  avevan  perfin  disegnato  delle 


La   ìiincstrinn  degli  operai  17 

figure  oscene  sulla  lavagna,  e  fatto 
tali  scandali  in  classe,  eh'  era  stata 
costretta  a  far  venire  suo  padre  a  as- 
sistere alle  lezioni.  Un'  altra  aveva 
trovato  una  lettera  piena  di  sudicie- 
rie  sotto  il  calamaio,  e  s' era  quasi 
ammalata  dallo  spavento  perchè  le 
avevano  messo  un  topo  vivo  nel  cas- 
setto del  tavolino.  Infine,  una  mae- 
stra d'un  altro  sobborgo,  avendo  de- 
nunciato all'autorità  due  alunni  gran- 
di che  disturbavano  la  scuola,  questi 
s'erano  appostati  di  notte  sulla  strada 
dove  doveva  passare  e  l'avevan  but- 
tata in  un  fosso. 

La  Mazzara  scrollò  le  spalle.  Erano 
invenzioni,  esagerazioni:  le  maestre 
facevano  una  tragedia  d'ogni  bazze- 
cola. —  Credi  —  disse  —  il  popolo^ 
gli  operai  specialmente,  son  gente  di 

De  Amicis.  3 


La  ntaesti'ina   degli  operai 


buona  pasta,  di  cui  si  fa  quello  che 
si  vuole,  basta  saperli  prendere  pel 
loro  verso;  e  chi  ne  sparla,  non  li 
conosce.  Parlo  degli  uomini,  però. 
Quanto  alle  donne....  è  un  altro  affare. 
E  anche  per  confortare  l'amica  col 
proprio  esempio,  le.  prese  a  raccon- 
tare le  fatiche  che  durava  lei  a  far 
la  scuola  festiva  nella  Sezione  Nor- 
berto Rosa.  —  Figurati,  cinquanta 
alunne  di  tutte  le  età,  dai  dieci  anni 
ai  cinquanta,  sartine,  serve,  operaie, 
bottegaie,  ostesse,  giovani  di  nego- 
zio, piene  di  malizia....  e  di  peggio. 
Entrano  in  scuola  facendo  un  bac- 
cano indiavolato,  si  disputano  perfino 
a  pugni  i  posti  vicino  alle  finestre, 
per  poter  vedere  gli  amanti  nella 
strada.  E  poi,  un  amor  proprio  I  Le 
donne  d'età  non  vogliono  che  io  cor- 


La  ìnacstrina  degli  operai  19 

regga  i  componimenti  a  voce  alta,  e 
rispondono  impertinenze  se  le  rim- 
provero; le  giovani  ridono  quando 
faccio  la  morale;  questa  non  vuol 
che  imparare  a  far  dei  conti  per  la 
sua  osteria,  quella  non  vorrebbe  che 
scriver  lettere,  'per  esercitarsi  alle 
corrispondenze  amorose;  una  vuole 
uscir  prima  perchè  ha  la  cucina  che 
l'aspetta,  un'altra  s'addormenta  per- 
chè ha  passato  la  notte  a  cucire  o  a 
chi  sa  come.  Credi,  Enrica,  che  è 
molto  meglio  aver  che  fare  coi  baffi. 
Mentre  essa  discorreva,  l'amica  os- 
servò un  bel  vestito  di  lana  bigia  fi- 
nissima, che  non  le  aveva  mai  visto, 
un  po'  troppo  appariscente  per  lei;  e 
le  domandò  quanto  le  costasse.  Quella 
arrossì  un  poco,  e  rispose  di  sfuggita  : 
—  Roba  vecchia.  —  Ma  alla  Varetti 


La  maestrina  degli  operai 


passò  per  la  mente  un  sospetto  spia- 
cevole :  che  anche  quello,  come  già 
un  altro  dell'estate  scorsa,  fosse  un 
vestito  smesso  d' una  bella  ragazza 
che  aveva  fatto  fortuna  senza  mari- 
tarsi, e  che  prendeva  lezioni  private 
d'ortografia  dalla  Mazzara,  per  "  met- 
tersi all'onore  del  mondo  „. 

La  maestra  riprese  il  suo  discorso. 
—  Bisogna  vederle  uscire,  poi.  Al 
suono  della  campanella  scappan  tutte 
con  tanta  furia,  che  alle  volte  cadono 
l'una  addosso  all'altra,  ed  è  un  mira- 
colo se  non  seguon  disgrazie.  Nella 
strada  si  tiran  delle  palle  di  neve,  si 
rincorrono.  È  uno  scandalo,  se  tu  ve- 
dessi. Ma  non  è  il  peggio.  C'è  sempre 
un  branco  d'uomini  alla  porta.  A  sen- 
tirle, son  tutti  fratelli  e  cugini.  C'è 
anche    dei    caporali.  E  si    pigliano  a 


La  maestrina  degli  operai 


braccetto  senza  complimenti,  in  fac- 
cia alla  direttrice.  Ce  n' è  una,  fra 
l'altre,  una  servetta,  un  serpente, 
che  bisognerà  finire  con  cacciarla,  da 
tanto  che  ci  fa  disperare.  Non  s'è 
mai  visto  un'  impudenza  simile.  Ha 
anche  lei  un  cugino,  come  l'altre.  Tu 
vedessi  che  bel  giovane  !  Uno  che 
viene  di  fuor  di  Torino  apposta  per 
aspettarla,  un'anima  persa,  uno  di 
questi  barabba,  tu  sai,  che  non  han 
paura  di  nulla  e  che  ti  freddano  un 
uomo  per  una  parola.  E  il  bello  è 
che  mentre  fa  all'  amore  con  lei ,  è 
geloso  anche  delle  altre.  Lui  le  vor- 
rebbe tutte.  Ha  già  attaccato  lite  con 
mezzo  mondo.  Ma  tutti  lo  temono 
perchè  è  già  stato  un  anno  in  pri- 
gione per  una  coltellata.  Bisogna  ve- 
der che  faccia:   degli  occhi  che  met- 


La  maestrina  degli  operai 


tono  i  brividi.  E  quella  sfrontata  se 
ne  vanta,  capisci,  vorrebbe  imporne 
alle  compagne  come  una  regina,  e 
minaccia  di  far  bucare  la  pelle  ai  loro 
fratelli  e  amorosi.  Domenica  scorsa 
egli  tirò  uno  schiaffo  a  uno,  ci  fu  un 
parapiglia,  accorsero  le  guardie.  Un 
giorno  o  l'altro  l'ammazzano.  Ma  di' 
pure  un  bel  giovane.  L'anno  passato 
andava  a  far  le  gare  di  lotta  sìVA- 
rena  torinese  e  dicono  che  buttava 
giù  tutti.  Non  tanto  alto,  ma  forte  e 
svelto,  dei  bei  capelli  neri,  con  un 
ciuffo  sulla  fronte,  una  bella  vita. 
Ouand'è  impostato  là  alla  cantonata, 
durante  la  lezione,  c'è  una  dozzina 
d'alunne,  tutte  quelle  vicine  alle  fine- 
stre, che  non  c'è  più  verso  di  tenerle. 
Non  capisco....  A  me  farebbe  paura. 
]\Ia    dicendo    questo,    rise,   e  quel 


La  maestrina  degli  operai  28 

riso  spiacque  alla  Varctti,  la  quale 
ci  vedeva  un  sentimento  discordante 
dalle  parole,  e  ne  comprendeva  il 
perchè.  Figliuola  d'un  brentatore  tri- 
sto soggetto,  cresciuta  in  mezzo  a 
tre  fratelli  discoli,  legati  con  la  peg- 
gior  bordaglia  di  Torino  e  stati  in 
carcere  più  volte  per  disordini  e  risse, 
la  Mazzara  s'era  levata  al  di  sopra 
della  propria  famiglia  a  forza  di  studio, 
e  in  grazia  di  una  naturale  bontà  d'a- 
nimo e  di  certe  aderenze  signorili;  ma 
le  era  rimasta  per  quella  gente  una 
specie  di  simpatia  di  razza;  la  quale, 
pur  non  osando  esprimersi  aperta 
mente,  si  lasciava  indovinare  in  una 
certa  indulgenza  sorridente,  spinta 
talvolta  fino  ad  un'ammirazione  vol- 
gare delle  loro  gesta ,  che  offendeva 
la  delicatezza   della  sua  amica.  Que- 


?4  La   maestrina  degli  operai 

Sta  dimenticò  in  quel  momento  la  loro 
buona  amicizia  di  tre  anni,  e  un  ser- 
vigio importante  che  le  aveva  reso 
la  Mazzara  in  una  congiuntura  dolo- 
rosa, e  s'alzò,  impazientita  da  quei 
discorsi. 

L'amica  le  domandò  se  aveva  da 
uscire.  Essa  rispose  di  sì,  che  andava 
alla  "  benedizione  „  come  tutti  i  giorni. 
Allora  quella  cambiò  tutt'a  un  tratto 
viso  ed  accento ,  e  le  disse  con  dol- 
cezza di  divota:  —  Fai  bene,  bimba 
mia.  Anch'io  sento  il  bisogno  d'andar 
in  chiesa  ogni  giorno,  a  dedicare  un 
pensiero  a  Dio.  Dopo  mi  sento  meglio. 

D'altra  parte  doveva  essa  pure  tor- 
nare a  Torino.  Doveva  ancora  fai 
visita  a  un'amica,  parente  d'una  mae- 
stra che  era  stata  istitutrice  in  casa 
del   principe    di    Carignano,    doveva 


Ln  ynaestrina  degli  operai  2 5 

fare  una  conriiissionc  al  parroco  della 
Con.^olata,  un  monte  di  cose. 

—  Dunque  —  le  disse,  prenden- 
dole il  mento  con  due  dita  —  va'  di 
buon  animo  a  far  la  scuola  serale. 
Son  sicura  che  ci  troverai  della  gente 
di  cuore,  roiza,  ma  schietta,  e  anche 
rispettosa.  B  .sta  trattarli  senza  sus- 
siego, semplicemente,  alla  loro  ma- 
niera. Tu  v..drai.  Fra  un  mese  t'ado- 
reranno. 

La  Varetti  tentennò  il  capo.  —  Ho 
dei  cattivi  presentimenti  —  rispose. 

—  Fantasie!  —  disse  l'altra.  —  11 
popolo  è  come  il  diavolo;  molto,  ma 
molto  meno  brutto  di  quello  che  si 
dipinge. 

Poi  le  espresse  una  sua  idea:  per 
le  prime  sere,  avrebbe  potuto  far  as- 
sistere alle  lezioni  il  cantoniere. 

De  Amicis.  4 


La  macstrina  degli  operai 


Ma  la  Varetti  sorrise.  Il  cantoniere 
era  un  povero  vecchietto,  che  faceva 
il  coraggioso,  ma  ch'era  pien  di  paura, 
tanto  che  quando  si  sentivano  le  grida 
d'uà  alterco  sul  viale,  non  c'era  più 
modo  di  trovarlo  ;  pareva  che  spa- 
risse a  traverso  ai  muri  come  uno 
spettro. 

—  Insomma  —  concluse  la  Maz- 
zara  —  tutto  andrà  per  il  meglio,  te 
lo  assicuro  io.  Tornerò  presto  a  ve- 
derti e  tu  mi  dirai  che  sei  contenta. 

La  Varetti  uscì  con  lei  per  accom- 
pagnarla fin  sul  viale,  e  quella,  men- 
tre scendevano,  parlando  a  precipizio, 
le  diede  ancora  notizie  d'una  diecina 
di  amiche. 

Arrivate  sull'uscio  del  cortile,  in- 
contrarono un  giovanotto  col  cappello 
a  cencio   e  con  la  pipa    in    bocca,  il 


Fm  maestrina  degli  operai 


quale,  (issatele  tutte  e  due,  si  scansò 
per  lasciarle  passare,  e  poi  entrò  nella 
scuola  voltandosi  a  guardar  la  Va- 
retti. 

La  Mazzara  fece  un  segno  di  gran 
maraviglia,  ed  esclamò  :  —  E  lui  ! 

—  Chi,  lui?  —  domandò  la  sua 
amica,  turbata. 

—  Lui,  quello  di  cui  t'ho  parlato 
poco  fa,  che  viene  ogni  domenica  a 
aspettar  la  cugina.  Non  sapevo  che 
stesse  a  Sant'Antonio.  Tu  lo  devi  co- 
noscere. 

La  Varetti,  balbettando,  rispose 
che  lo  conosceva  di  vista. 

—  Sarà  alunno  della  scuola  serale, 
—  disse  l'altra. 

Ma  la  Varetti  sapeva  di  certo  che 
non  era. 

—  Allora  —  disse  la  sua  amica  — 


28  La  maestrina  degli  operai 

è  certo  che  è  venuto  per  farsi  iscri- 
vere. Che  vuoi  che  venga  a  far  qui? 

La  Varetti  impallidì.  Ma  l'amica  non 
se  n'accorse,  e  le  disse  allegramente: 
—  Toccherà  dunque  a  te  a  conver- 
tirlo. Non  trattenerti  a  pigliare  il 
freddo.  Addio,  Enrica  ! 

E  datole  un  bacio,  scappò  per  la 
neve. 


La  maestrina  degli  operai 


111. 


La  Varetti  rientrò  in  casa  col  bat- 
ticuore. Era  veramente  venuto  a  farsi 
iscrivere  per  la  scuola  serale  ?  E  per- 
chè aveva  aspettato  che  vi  fosse  lei? 
Ebbe  subito  l'idea  d'andare  ad  accer- 
tarsi della  cosa  dal  maestro  Garallo, 
che,  facendo  da  direttore,  riceveva  le 
iscrizioni  ;  ma  la  rattenne  il  timore 
ch'egli  indovinasse  la  sua  inquietu- 
dine, e  la  tacciasse  di  pusillanime. 
Perdette  ogni  dubbio  un  minuto  dopo 
vedendo  dalla  finestra  del  cortile  il 
giovane  che  discorreva  col  maestro, 
il  quale  l'accomiatò  con  un  cenno 
delle  dita  aperte,  che  le  parve  vo- 
lesse dire  :  —  alle  otto.  —  Essa  co- 


3o  La  maestrina  degli  operai 

nosceva  colui  più  che  di  vista^  poiché 
nel  sobborgo  tutti  ne  parlavano.  Era 
un  tal  Muroni,  soprannominato  sal- 
tafuiestra],  perchè,  da  ragazzo,  per 
sfuggire  a  una  furia  di  suo  padre 
che  lo  voleva  ammazzare,  era  saltato 
giù  dalla  finestra  di  casa  sua  rompen- 
dosi una  gamba  sul  ciottolato  della 
strada.  Suo  padre,  operaio  in  una  delle 
fabbriche  di  Sant'Antonio,  era  morto 
d'un  colpo  ricevuto  da  una  correggia 
di  trasmissione,  a  cui  s'era  cacciato 
sotto,  essendo  briaco;  dopo  aver  fatto 
per  dieci  anni  patir  morte  e  passione 
a  sua  moglie,  una  povera  donna  tutta 
chiesa,  che  lavorava  a  una  concerìa.  Il 
figliuolo  lavorava  da  un  fabbro  ferraio, 
quando  n'aveva  voglia  ;  passava  delle 
giornate  intere  a  Torino  ;  era  stato 
un  anno  in  carcere  per  ferimento,  e 


Ln   iiiarsf n'ita  drilli  nfyerni  3r 

aveva  fatto  ammattire  per  un  mese  i 
carabinieri,  sguisciando  loro  di  mano 
dieci  volte  ;  praticava  la  feccia  dei 
malviventi  della  città  e  dei  dintorni; 
u;iocatore,  briacone,  accattabrighe,  pre- 
potente ;  spietato  con  sua  madre .  a 
cui  strappava  fino  all'ultimo  centesimo 
minacciando  d'andare  a  far  delle  sce- 
nate in  chiesa  o  di  sfregiare  le  im- 
magini sacre  che  avevano  in  casa  ; 
infine,  accusato  dalla  voce  pubblica 
di  tutte  le  birbonate  e  di  tutte  le  vio- 
lenze che  si  commettevan  la  notte  in 
Sant'Antonio,  delle  quali  non  fossero 
scoperti  i  colpevoli.  La  maestra  Ya- 
retti  aveva  sempre  avuto  orrore  di 
lui,  e  n'aveva  anche  di  più  da  qual- 
che tempo,  perchè,  fosse  per  simpatia, 
fosse  per  il  piacere  di  intimorirla  e 
di  confonderla  col  suo   sguardo,  egli 


La  maestrina  degli  operai 


aveva  preso  a  fissarla  ogni  volta  che 
la  incontrava,  e  a  soffermarsi  per 
guardarla  ancora,  dopo  ch'era  pas- 
sata ;  e  infatti  sotto  lo  sguardo  dei 
suoi  occhi  neri  e  lampeggianti  di  luce 
sinistra,  ella  mutava  colore  e  perdeva 
il  fiato.  Perchè  era  venuto  a  farsi 
iscrivere  alla  scuola  serale?  si  doman- 
dava la  maestra.  Non  per  istruirsi, 
certamente.  E  le  passavan  pel  capo 
le  più  tristi  idee  :  che,  offeso  dall'av- 
versione ch'essa  gli  dimostrava  a  mal- 
grado suo,  volesse  venire  alla  scuola 
per  vendicarsene,  o  che,  prendendo 
per  commozione  di  simpatia  il  suo 
turbamento,  le  si  volesse  avvicinare 
per  conquistarla  ;  e  i  due  sospetti  la 
sgomentavano  in  egual  maniera. 

Le  pareva  ora    irragionevole  d'es- 
sersi tanto  inquietata  prima,  quando 


La   macstiiiia  degli  operai  33 

pure  sapeva  che  colui  non  {Riceva 
parte  della  scolaresca.  Ora  sì,  aveva 
ragione  davvero  d'essere  in  affanno. 
Dio  mio,  che  cosa  sarebbe  accaduto? 
Come  ne  sarebbe  uscita?  E  agitata 
da  questi  pensieri,  prese  a  girar  per 
la  camera.  Si  softermò  un  momento 
davanti  a  un  ritratto  di  suo  padre  in 
divisa,  appeso  alla  parete,  come  per 
prender  consiglio  e  coraggio  dalla 
sua  immagine.  Poi  si  arrestò  davanti 
allo  specchio,  quasi  per  interrogar  la 
propria  persona,  se  avrebbe  imposto 
rispetto  o  incoraggiato  l'impertinenza, 
o  frenata  questa  con  una  ispirazione 
di  simpatia,  o  anche  di  pietà.  Ma  lo 
specchio  non  le  diceva  nulla  che  la 
confortasse.  Sui  ventiquattro  anni , 
benché  alta  di  statura,  ne  dimostrava 
(liciotto  ;   era    esile;    aveva  un  corpo 

De   Amicis,  5 


$4  La  maestrina  degli  operai 

gentile  di  fanciulla  adolescente,  il  viso 
d'una  bianchezza  lattea  e  d'  una  mi- 
nutezza di  lineamenti  da  bambina,  e 
una  piccola  bocca  scolorita,  da  cui 
usciva  una  voce  debole  e  dolce  di 
malata.  Che  autorevolezza  avrebbe 
potuto  avere?  Perfino  quel  difetto 
leggerissimo  di  strabismo  che  dava 
allo  sguardo  dei  suoi  occhi  celesti 
una  indeterminatezza  fantastica,  la 
quale  a  molti  riusciva  seducente,  le 
pareva  che  si  dovesse  prestare  a 
scherzi  e  a  dileggi,  come  la  sua  car- 
nagione delicata  e  la  sua  grazia  si- 
gnorile, che  facevano  troppo  vivo 
contrasto  con  l'aspetto  della  scolare- 
sca. E  stette  un  po'  di  tempo  davanti 
allo  specchio ,  lisciandosi  distratta- 
mente con  la  mano  lunga  e  bianca 
i  caDelli    castaGfni  che    le    scendevan 


La  maestri  Ila  degli  operai  35 

sulle  tempie,  e  cercando  con  quale 
atteggiamento  del  viso  avrebbe  do- 
vuto presentarsi  alla  classe  la  sera 
dopo,  per  guadagnarsi  alla  prima  un 
po'  di  benevolenza.  Ma  si  levò  di  là 
tutt'a  un  tratto,  più  inquieta  che  mai, 
e  si  avvicinò  alla  fmestra,  a  fissar 
l'occhio  indagatore  in  fondo  al  viale, 
dove  a  traverso  alla  nebbia  della  sera 
splendeva  già  la  lanterna  rossa  di 
quella  terribile  osteria,  che  la  faceva 
tanto  fantasticare  e  tremare.  Due 
colpi  che  sentì  nel  muro,  dall'altra 
parte  della  camera,  la  riscossero  d:;i 
suoi  pensieri. 


36  La  maestrina  degli  operai 


IV. 

Era  la  maestra  Baroffi  che  la  ciiia- 
mava  a  desinare  in  camera  sua.  Da 
un  mese  desinavano  insieme,  esse  e 
la  maestra  Latti,  contentandosi  della 
cucina  agreste  della  cantoniera,  la 
quale  le  serviva  qualche  volta  anche 
a  tavola,  tra  una  scopata  e  l'altra. 
La  Varetti,  desiderosa  di  distrazione, 
corse  subito,  e  trovò  le  sue  commen- 
sali già  sedute  a  una  piccola  tavola 
rotonda,  dove  la  zuppiera  e  il  lume 
a  petrolio  si  contendev^an  lo  spazio, 
fumando  insieme.  Ma,  con  suo  ram- 
marico, la  conversazione  cadde  im- 
mediatamente sulla  scuola  serale.  La 
Latti,    passando    poco    prima   per   il 


La  maestrina  degli  operai  3'j 

paese,  aveva  inteso  un  garzone  mu- 
ratore dire  al  suo  compagno,  striz- 
zanti!) un  occhio:  —  Di',  domani  ab- 
biamo la  maestrina.  —  E  scherzò  con 
Tamica  a  quel  proposito. 

Ma  il  suo  buon  umore  era  un'ec- 
cezione alla  regola.  La  piccola  Latti 
aveva  una  monomanìa  malinconica 
che  non  lasciavan  punto  sospettare 
il  suo  corpicciòlo  grassotto  e  il  suo 
visetto  nero  e  vivo  di  gitanella  :  si 
credeva  sempre  malata,  d'una  malattia 
che  cambiava  ogni  quindici  giorni , 
aveva  in  camera  sua  un'intera  far- 
macia, portava  sempre  in  tasca  pil- 
lole e  polveri,  sapeva  a  mente  //  me- 
dico di  sé  stesso,  cercava  le  ricette 
nelle  quarte  pagine  dei  giornali,  te- 
neva corrispondenza  epistolare  con 
un  clinico  di  Torino,  e,  fra  gli  altri 


38  La  maestrina  degli  operai 

malanni,  era  tormentata  da  una  tosse 
perpetua,  o  meglio  da  un  sospetto 
perpetuo  d'aver  la  tosse,  che  le  fa- 
ceva fare  continui  sforzi  d' esperi- 
mento, come  un  cantante  che  abbia 
perduto  la  voce.  Alle  sue  alunne  dava 
spesso  per  tema  delle  lettere  in  cui 
si  doveva  consolare  un  malato  lon- 
tano o  parlare  d'una  malattia  propria. 
Ogni  tanto,  cominciando  la  lezione, 
diceva:  -—  Bambine,  questa  è  una 
delle  ultime  lezioni  che  vi  dà  la  vo- 
stra povera  maestra  !  —  Passando 
con  le  amiche  davanti  al  camposanto 
sospirava  :  —  Lì  sono  aspettata  !  — 
Le  scolare  astute  non  avevan  che  an- 
darle attorno  e  dirle:  —  Cos'ha  sta- 
mani, signora  maestra,  che  è  così 
pallida?  —  e  lei,  anche  stando  bene, 
era  presa  da   un'orribile    agitazione. 


La  maestrina  degli  operai  ig 

Del  resto,  buona  come  il  pane  e  su- 
periore a  tutte  le  piccole  miserie  e 
passioncelle  del  mondo  scolastico  , 
come  chi  crede  d'esser  già  più  di  là 
che  di  qua.  Era  figliuola  d'una  guar- 
dia civica. 

La  Varetti  non  rispose  ai  suoi 
scherzi. 

Allora  la  confortò  la  maestra  Ba- 
rofìi. 

—  Io  t' invidio,  —  le  disse  con  la 
voce  grossa,  alzando  il  suo  viso  paf- 
futo e  sbiancato  di  madre  nobile,  co- 
ronato d' una  capigliatura  poetica- 
mente scomposta,  e  guardando  sopra 
il  capo  all'amica,  come  se  parlasse  a 
una  persona  ritta  dietro  di  lei.  —  Tu 
potrai  studiare  il  popolo  :  un  bel  sog- 
getto di  studio,  che  non  fu  mai  svi- 
scerato.   Potrai   fare  del  gran   bene. 


4Ò  La  maestrina  degli  operai 

Io  vorrei  essere  al  tuo  posto  e  credo 
che  ne  farei  quello  che  vorrei  di 
quella  classe.  La  Garallo  non  li  ca- 
piva, non  sapeva  toccare  le  corde.... 
Non  ha  il  dono  della  parola,  insom- 
ma. Ma  una  ragazza  d'ingegno  e  di 
cuore  deve  riuscire  a  domuiarli  in 
quattro  lezioni. 

La  Varetti  scosse  il  capo  in  atto 
incredulo. 

—  Tu  sei  troppo  teorica,  —  le 
disse. 

Era  così.  Non  ostante  le  sue  tren- 
t'  otto  primavere,  quella  credeva  an- 
cora air  operaio  dei  libri  di  lettura 
che  canta  le  gioie  della  povertà  one- 
sta e  compiange  i  ricchi  affollati  di 
cure.  Tutta  immersa  nella  letteratura, 
non  aveva  alcuna  conoscenza  pratica 
della  vita,  nessun  fondamento   d'  os- 


La   maestrina  degli  operai  4  1 

servazione  fatta  direttamente  sugli 
uomini  e  sulle  cose  ;  ma  solo  un  em- 
porio disordinato  e  bizzarro  di  sen- 
tenze di  libri,  di  concetti  convenzio- 
nali e  di  frasi  coniate,  che  combi- 
nava continuamente  in  musaico  per 
le  sue  conferenze  ideali.  La  confe- 
renza era  in  lei  un  vero  furore  cefa- 
lico, a  cagion  del  quale  avendo  tra- 
scurato la  scuola,  s'era  fatta  relegare 
dalla  città  a  Sant'Antonio,  dove  sof- 
friva di  nostalgia  letteraria,  con  l'a- 
nimo sempre  rivolto  a  Torino,  campo 
delle  sue  piccole  glorie  passate,  come 
a  un  paradiso  perduto.  Giungeva  a 
tal  segno  la  sua  passione,  eh'  essa 
non  poteva  vedere  un  tavolino  e  una 
seggiola  senza  pensar  subito  a  una 
conferenza;  avrebbe  tenute  delle  con- 
ferenze  agli   alberi  del  viale;  faceva 

De    Amicis.  6 


42  La  maestrina  degli  operai 

degli  esperimenti  oratorii  da  sé,  nella 
sua  camera;  non  pensava  quasi  ad 
altro;  tutto  quello  che  le  entrava 
nel  capo  dalla  conversazione  o  dai  li- 
bri vi  pigliava  forzatamente  la  forma 
di  un  discorso  accademico,  come  certe 
materie  pigliano  una  data  forma  in 
una  data  macchina.  E  in  questo  ella 
offriva  un  caso  davvero  curioso  di 
cleptomania  letteraria  ,  poiché  per 
istinto,  innocentemente,  non  faceva 
che  levar  la  marca  ai  pensieri  altrui 
e  metterci  la  propria,  come  la  cosa 
più  naturale  del  mondo;  pigliava, 
per  esempio,  una  conferenza  d' un 
altro,  la  rovesciava,  e  la  faceva  sua, 
senza  metterci  altro  di  suo  che  una 
certa  tinta  uniforme  lirico-pedagogica, 
che  soleva  dare  a  ogni  cosa,  e  V  in- 
tonazione   affannosamente    dramma- 


La  maestrina  degli  operai  43 

tica  con  cui  la  leggeva,  quando  po- 
teva, gesticolando  come  un  naufrago 
che  chieda  soccorso.  Aveva,  anni  ad- 
dietro, pubblicato  un  polpettone  di 
libro  di  lettura  che  era  da  capo  a 
fondo  un  vero  e  proprio  magazzino 
d'oggetti  di  furtiva  provenienza,  sul 
quale  aveva  fatto  stampare:  —  di- 
ritti  (fi  fìnìprietà  riservati  —  ed  ora, 
in  quel  suo  romitaggio,  andava  ac- 
cumulando i  frutti  d'  un  vasto  e  in- 
faticato saccheggio,  per  quando  sa- 
rebbe ritarnata  a  Torino.  Era  sol- 
tanto impensierita  della  pinguedine 
crescente  e  del  raffittire  dei  capelli 
grigi,  che,  secondo  lei,  avrebbero 
nociuto  alquanto  ai  suoi  buoni  suc- 
cessi avvenire. 

L'  osservazione     della    Varctti    la 
punse  un  poco. 


44  La  maestrina  degli  operai 

—  Non  sono  teorica,  —  rispose. 
—  Ho  più  esperienza  di  te  e  cono- 
sco il  popolo  meglio  di  te,  e  ho  os- 
servato che  al  popolo,  agli  operai 
particolarmente,  non  si  sa  insegnare. 
L' operaio  è  ingenuo  perchè  è  in- 
colto, e  buono  perchè  lavora,  e  per 
questo  è  facile  a  tutti  gli  entusiasmi. 
Bisogna  dunque  toccarlo  nel  senti- 
mento patrio,  nell'amore  del  bello  e 
del  grande;  bisogna  fargli  brillare 
alla  mente  gli  ideali  della  gioventù, 
col  linguaggio  della  fanciullezza.  Ed 
è  questo  che  non  si  sa  fare,  e  che  io 
farei,  cara  amica. 

—  Dio  mio!  —  rispose  con  tri- 
stezza la  Varetti.  —  Quando  ti  fanno 
un  insulto  sul  viso,  serve  di  molto 
rispondere  con  gli  ideali! 

—  A  me,  —  ribattè  l'altra,  —  l'in- 
sulto non  lo  farebbero. 


La  maestrina  degli  operai 


La  discussione,  che  s'inaspriva  un 
po',  fu  interrotta  in  buon  punto  dalla 
maestra  Latti,  la  quale,  dopo  aver 
mangiato  come  un  lupicino,  lasciò 
cadere  a  un  tratto  la  forchetta  escla- 
mando :  —  Quest'  appetito  mi  sarà 
fatale! 

Le  sue  compagne  sorrisero. 

—  A  proposito,  —  disse  la  Ba- 
roffì,  —  m*  ha  detto  il  Garallo  che 
s' è  venuto  a  far  iscrivere  Saltafi- 
nestra. 

Lo  conoscevan  tutte  di  fama. 

La  Varetti  accennò  che  lo  sapeva. 

—  Eccone  uno,  per  esempio,  — 
soggiunse  la  conferenziera,  —  che  io 
mi  sentirei  di  far  piangere  come  un 
bambino. 

—  Ti  vorrei  vedere,  —  disse  la 
Varetti. 


46  La  maestrina  degli  operai 

—  E  mi  vedresti,  —  rispose  quella, 
scotendo  la  capigliatura.  —  Alle  volte, 
quei  demoni  scatenati,  che  fanno  pau- 
ra a  tutti,  hanno  dei  cuori  di  fan- 
ciulli. Non  e'  è  che  a  trovar  la  via 
d' arrivarci,  e  la  parola  può  tutto. 
Guarda  come  li  tiene  il  Garallo. 

Questi  faceva  la  seconda  classe 
della  scuola  serale.  Ma  l'esempio  non 
calzava  perchè  nella  seconda  non 
c'erano  uomini  fatti.  La  Varetti,  d'al- 
tra parte,  non  credeva  punto  ch'egli 
tenesse  la  disciplina  come  se  ne  van- 
tava. Egli  soleva  dire:  —  Nella  mia 
classe  si  sentirebbe  il  volo  d'una  mo- 
sca, —  e  lei,  la  sera,  dalla  sua  ca- 
mera sentiva  un  baccano  dell'  altro 
mondo. 

—  È  un'altra  cosa,  —  entrò  a  dire 
la  maestra  Latti,  che  aveva  ricomin- 


La   fnaestrina  degli  operai  47 


ciato  a  mangiare;  —  il  Garallo  è  re- 
pubblicano; gli  è  più  facile  di  tenerli; 
il  popolo  ha  simpatia  per  i  repub- 
blicani. 

Ma  la  l->arorFì  negò.  Il  Garallo  era 
repubblicano  di  principii  e  di  cuore; 
aveva  in  casa  i  ritratti  del  Mazzini, 
di  Aurelio  Saffi  e  di  Alberto  Mario; 
suo  padre  era  stato  mazziniano;  egli 
si  serbava  fedele  agli  ideali  di  suo 
padre;  ma  in  iscuola  non  faceva  pro- 
paganda; si  asteneva  soltanto  dalle 
adulazioni  e  dalle  bugiarderie  obbli- 
gatorie. 

—  Già,  è  un  repubblicano  silen- 
zioso, —  osservò  la  Varetti,  —  che 
si  guarda  bene  dal  compromettersi. 
La  propaganda  non  entra  nei  suoi 
conti. 

Quel  g:ioco  di    parole  involontario 


48  L(i  maestrina  degli  operai 

fece  ridere  le  altre  due.  Il  maestro 
Garallo  e  sua  moglie  eran  conosciuti 
come  i  due  più  appassionati  compu- 
tisti del  corpo  magistrale,  facevan 
calcoli  infiniti  sugli  stipendi  e  sugli 
aumenti  quinquennali  propri  e  degli 
altri,  erano  occupati  di  continuo  in 
quistioni  di  contenzioso  scolastico  fi- 
nanziario, studiando  sui  bollettini  del 
Monte  delle  pensioni,  su  quelli  della 
Cassa  Società  degV  lìisegnaìiti,  sulle 
relazioni  della  Cassa  pensioni  del  Mu- 
nicipio, meditando  proposte  e  osser- 
vazioni da  fare  nelle  adunanze,  regi- 
strando le  "  liquidazioni  „  dei  loro 
colleghi,  discutendo  il  bilancio  del 
Ministero  d' istruzione  pubblica,  mo- 
vendo lamentazioni  interminabili,  a 
due  voci,  sopra  ogni  aumento  di  spesa 
che  si  facesse  sugli  altri  bilanci  dello 


La  maestrina  degli  operai  49 

Stato.  Non  uscivan  quasi  mai  dalla 
loro  buca,  e  si  diceva  che  impiegas- 
sero tutte  le  serate  in  computi  e  ra- 
gionamenti di  quella  natura,  sgra- 
nocchiando in  mezzo  alle  cifre  i  sa- 
lami e  le  ricotte  che  ricevevano  in 
dono  dai  parenti  dei  loro  scolari. 

Le  maestre  Latti  e  Baroffi  celia- 
rono per  un  pezzo  su  qucU'  argo- 
mento, e  stavano  appunto  dicendo 
che  i  due  coniugi  sapevano  a  mena- 
dito stipendi,  indennità  ed  incerti  di 
tutti  i  maestri  del  mondo,  da  Pietro- 
burgo alla  California,  quando  la  Va- 
retti  sentì  nel  corridoio  il  passo  del 
Garallo  che  s'arrestò  davanti  all'uscio 
del  suo  quartierino. 

Mentre  essa  s' alzava  per  andare 
da  lui,  sentiron!)  picchiare  invece  al- 
l' uscio    della  Barofii,  la  quale  corse 

iÌE  'AMtCI3.  7 


La  maestrina  degli  operai 


ad  aprire  e  fece  entrare  il  maestro, 
che  aveva  un  gran  foglio  tra  le  mani. 

Era  una  strana  figura  :  poco  più 
che  quarantenne;  piccolo  di  statura 
e  tarchiato,  una  enorme  testa  con 
una  gran  capigliatura  nera  arruffata, 
la  faccia  pallida  e  seria,  con  due 
baffi  corti  e  irsuti,  gli  occhiali  affu- 
micati, una  voce  di  basso. 

Non  volle  sedere.  Veniva,  mandato 
dalla  moglie,  a  portare  alla  Varetti 
r  elenco  degli  iscritti  alla  sua  scuola 
serale. 

La  maestra  prese  il  foglio  e  vi  diede 
un'occhiata:  eran  quaranta.  Guardò 
l'ultimo  nome.  Ahimè!  Era  il  Muroni, 
Saìtafinestra. 

Il  Garallo  tirò  fuori  un  altro  foglio 
più  piccolo,  nel  quale  cran  divisi  gli 
alunni  in  due  sezioni:  quelli  che  sa- 


La  maestriì^a  dci^li  operai  5  r 

pcvan  già  leggere  e  scrivere  alla 
meglio  e  quelli  che  incominciavano. 
—  Saprà  —  disse  —  che  c'è  un 
nuovo  iscritto. 

La  maestra  rispose  che  1'  aveva 
visto. 

—  Non  se  ne  dia  pensiero,  —  le 
disse  il  maestro  con  voce  burbera, 
notando  il  suo  viso  inquieto;  —  quello 
h  e  gli  altri  si  fanno  rigar  dritto  tutti 
a  un  modo.  Non  bisogna  far  delle 
frasi,  né  lasciarsi  andare  al  senti- 
mento. Ci  vuol  franchezza  e  energia, 
e  mostrare  di  non  temer  nessuno.  Il 
popolo  ama  i  caratteri  forti  e  fran- 
chi. Io  li  tengo  tutti  nel  pugno,  i  miei, 
e  non  rifiatano.  In  ogni  caso,  se  suc- 
cedesse qualche  cosa,  mi  mandi  a  chia- 
mare: non  avrò  che  a  farmi  vedere. 

La    Varetti    lo    ringraziò,    con    un 


52  La  maestrina  degli  operai 

leggerissimo  sorriso  ironico;  il  mae- 
stro augurò  la  buona  sera  e  s'avviò 
per  uscire.  Arrivato  all'uscio,  si  voltò 
a  dare  alle  colleghe  una  buona  no- 
tizia. Pareva  che,  finalmente,  il  Mini- 
stero si  fosse  deciso  ad  accordare 
una  riduzione  sui  biglietti  ferroviari 
agli  insegnanti  elementari.  —  Era 
tempo,  —  disse,  e  uscì. 

La  Varetti  e  la  Latti  diedero  la 
buona  notte  all'  amica  e  rientrarono 
nelle  loro  camere  nel  momento  che 
il  cantoniere  sprangava  l'uscio  del 
cortile;  e  la  casa  solitaria  rimase  in 
un  profondo  silenzio. 


La  ìiuie'itn'na   (iiij;li  operai  53 


V. 


La  mattina  dopo,  mentre  stava  per 
scendere  alla  scuola  dei  bimbi,  la  Va- 
retti  ricevette  una  visita  inaspettata: 
la  madre  di  Saltafinestra. 

Questa  entrò  timidamente  nella  ca- 
mera, inchinandosi,  come  davanti  a 
una  gran  signora,  e,  nel  girare  gli 
occhi  intorno  in  aria  di  curiosità  ri- 
spettosa, parve  un  momento  stupita 
di  vedere  appeso  a  una  parete  il  ri- 
tratto d'un  ufficiale.  Era  una  piccola 
donna  tozza,  con  un  fazzoletto  giallo 
sul  capo,  che  lasciava  vedere  i  ca- 
pelli grigi;  vestita  da  contadina,  pu- 
lita: un  viso  d'anima  in  pena,  con 
una  ruga  diritta  in  mezzo  alla  fronte, 


54  La  maestrina  degli  operai 

e  due  occhi  inquieti  e  luccicanti,  in 
cui  pareva  avesse  due  lacrime  fisse, 
come  cristallizzate. 

Cominciò  con  una  domanda  singo- 
lare, a  bassa  voce,  come  se  parlasse 
in  un  confessionale  :  domandò  alla 
maestra  se  sapesse  per  qual  motivo 
il  suo  figliuolo  si  fosse  deciso  ad  an- 
dar alla  scuola  serale.  La  maestra  si 
maravigliò  della  domanda.  Che  ne 
poteva  saper  lei  ?  E  il  sospetto  che 
la  donna  supponesse  una  relazione, 
anche  solo  di  parole,  tra  lei  ed  il 
giovane,  le  fece  salire  il  sangue  alle 
guance. 

Allora,  con  voce  tremula,  parlan- 
dole piano,  quasi  nell'orecchio,  la  vec- 
chia le  raccomandò  il  figliuolo:  caso 
mai  non  si  fosse  portato  bene  e  avesse 
commesso  qualche....  imprudenza,  pre- 


La  tnaes/iùta  degli  operai  55 

t^ava  la  signorina  di  compatire,  fin  che 
poteva,  di  non  prenderlo  di  punta.... 
per  via  del  suo  carattere.  Con  tutte 
quelle  ch'ei  le  aveva  fatto,  essa  mo- 
strava ancora  di  credere  che  fosse 
pervertito  dalle  cattive  compagnie, 
più  che  tristo  di  fondo.  Ma  la  ve- 
ritcà  le  uscì  di  bocca  a  malgrado  suo, 
quando  vide  negli  occhi  della  ragazza 
un'espressione  fuggevole  di  compas- 
sione. —  Ah  !  signora  maestra  !  — 
esclamò  giungendo  le  mani.  —  Se 
sapesse  che  vita  è  la  mia  !  Quel  iì- 
glluolo  che  gli  darei  tutto  il  mio  san- 
gue !  Santa  Maria  benedetta  !  Dire 
clie  dai  tredici  anni  in  su  non  s'è  più 
voluto  confessare  né  comunicare!  — 
E  si  mise  a  piangere.  Sì,  le  sarebbe 
parso  poca  cosa  tutto  il  resto,  se  so- 
lamente fosse  voluto  andare  a  messa 


56  La  maestrina  degli  operai 

la  domenica.  Anzi,  era  venuta  appo- 
sta per  questo.  Se  la  signora  maestra, 
facendo  lezione,  così  alla  lontana,  a 
poco  a  poco,  gli  avesse  potuto  in- 
sinuare un  po' di  religione,  un  poco 
di  timor  di  Dio,  con  quelle  parole 
che  le  persone  istruite  sanno  trovare, 
avrebbe  fatto  un'opera  santa,  e  lei 
l'avrebbe  benedetta  per  tutta  la  vita. 
Qui  s' interruppe  per  avvicinarsi 
alla  finestra  e  guardar  sul  viale,  senza 
mettere  il  viso  alla  vetrata,  perchè 
temeva  che  il  figliuolo  l'avesse  vista 
entrare  o  potesse  vederla  uscire.  E 
il  suo  aspetto  e  ogni  suo  movimento 
dimostravano  un  affanno  abituale  ed 
antico  che  s'era  fatto  come  una  ma- 
lattia cronica  in  lei,  dicevano  una 
storia  miseranda  di  dolori  e  di  stenti, 
le   notti   vegliate   ad   aspettare   il  fi- 


La   ntaestiiiia   lU-gli  operai 


glÌLiolo ,  col  tremacuore  di  veder- 
selo portar  ferito  o  cadavere,  le  per- 
secuzioni e  le  busse  toccate  dal  ma- 
rito, il  terrore  continuo  della  giustizia 
umana  e  divina,  venticinque  anni  di 
vita  ch'erano  stati  un  lungo  martirio 
senza  conforto  e  senza  requie.  Poi 
tornò  a  raccomandare  il  figliuolo  con 
parole  umili,  dalle  quali  trapelava 
nondimeno  una  certa  alterezza  pau- 
rosa dell'avvenenza,  del  coraggio,  e 
perfino  della  celebrità  trista  di  lui. 
Cattivi  compagni  e  cattive  donne  lo 
cercavano,  lo  volevano  tutti,  lo  tira- 
vano a  bere  e  a  giuocare,  egli  era 
orgoglioso,  s'offendeva  per  una  mezza 
parola,  non  aveva  paura  di  niente  al 
mondo....  Ma  da  bambino  era  stato 
buono  come  gli  altri.  —  E  questo  ri- 
cordo la  fece  dare  in  pianto  un'altra 

De  Amicis.  ^ 


58  La  maestrina  degli  operai 

volta.  —  Chi  me  1'  avesse  detto,  — 
esclamò,  piangendo  nelle  mani  aperte, 
—  quando  lo  portavo  in  collo,  che 
m'avrebbe  straziato  il  cuore  in  questo 
modo  !  —  E  mentre  la  maestra  le  di- 
ceva qualche  parola  di  consolazione, 
essa  levò  le  mani  dal  viso  e  stette  a 
guardarla  in  atto  di  gratitudine  e 
d'ammirazione,  come  osserv^ando  per 
la  prima  volta  la  sua  figura  signorile 
e  la  sua  voce  soave.  Espresse  poi  il 
suo  pensiero  nell'andar  via,  guardan- 
dola di  nuovo  da  capo  a  piedi.  — 
Ah  I  poverina  I  —  disse  —  una  si- 
gnorina così....  dover  far  la  scuola  a 
tutti  quegli  indemoniati  !  —  E  se 
n'andò,  dopo  aver  lanciato  un  altro 
sguardo  sospettoso  dalla  5nestra. 


La  maestrina  degli  operai 


VI. 


La  scuola  serale  doveva  incomin- 
ciare alle  otto.  Un  quarto  d'ora  prima 
la  maestra  Varetti,  guardando  a  tra- 
verso la  vetrata,  vide  giù  nella  neb- 
bia del  viale  dei  gruppi  neri  d'operai 
che  con  le  pipe  e  coi  sigari  accesi 
picchiettavano  l'oscurità  come  di  tanti 
occhi  di  fuoco.  S' era  messa  quella 
sera  un  vestito  di  lana  color  caffè, 
un  po'  grande ,  che  le  pareva  il  più 
adatto  a  non  attirar  gli  sguardi  sulla 
sua  persona.  Dieci  minuti  avanti  l'ora, 
venne  a  prenderla  il  maestro  Garallo 
per  presentarla  alla  scolaresca. 

Passando  pel  corridoio,  incontra- 
rono il  cantoniere,  un  vecchietto  secco 


6o  La  maestrina  degli  operai 

e  nasuto,  con  una  faccia  petulante. 
Il  Garallo  gli  ordinò  di  tener  d'occhio 
la  classe  della  Varetti.... 

—  Dentro?  —  domandò  quegli,  ran- 
nuvolandosi. 

Il  maestro  gli  rispose:  —  Di  fuori 

—  e  l'uomo  respirò.  —  Dentro  o  fuori 

—  disse  —  per  me  è  lo  stesso. 

La  maestra  entrò  col  Garallo  nella 
scuola,  ch'era  quella  dove  la  Baroffi 
faceva  lezione  ai  bimbi,  di  giorno. 
Non  c'erano  ancora  che  sei  o  sette 
alunni  nei  banchi  in  fondo  ;  gli  altri 
venivano  entrando.  Il  maestro  e  la 
maestra  salirono  sul  palco,  dov'era 
il  tavolino,  e  stettero  in  piedi  davanti 
alla  lavagna,  sotto  la  fiammella  del 
gas,  assistendo  all'entrata. 

Entravano  a  uno  a  uno,  a  tre,  a 
cinque,  in  fila,  coi  libri  e  coi  quaderni 


La  ìunesirinn  det^li  operai  6 1 

in  mano,  gli  uomini  pestando  i  piedi 
pel  freddo,  i  ragazzi  facendo  un  gran 
rumore  di  zoccoli,  e  tutti,  nell'entrare, 
volgevano  uno  sguardo  di  viva  cu- 
riosità alla  nuova  maestra;  alcuni  an- 
che si  soffermavano  un  momento  ;  e 
via  via  che  s' infdavano  nei  banchi, 
esprimevano  a  bassa  voce  ai  vicini, 
sorridendo,  la  loro  impressione.  Erano 
alunni  di  ogni  età,  dai  dodici  ai  cin- 
quant'anni  :  operai  della  fabbrica  di 
ferramenti  e  di  quella  d'acido  solfo- 
rico, operai  d'una  conceria,  muratori, 
contadini,  pastori,  di  quelli  che  scen- 
dono dalle  Alpi  a  svernare  a  Torino  con 
le  bestie,  per  vender  latte  e  formaggi, 
o  spalar  la  neve:  capigliature  irte  o 
arrutfate,  barbe  incolte,  visi  neri,  cra- 
vatte rosse ,  camice  sudicie ,  rozze 
giacchette  gonfiate  dalle  doppie  sot- 


02  La  maestrina  degli  operjxi 

tovesti  e  dalle  grosse  maglie,  che 
uscivan  fuor  tlalle  maniche..  Gli  uo- 
mini maturi,  un  po'  vergognosi  di  ve- 
nir a  scuola ,  s' andavano  a  metter 
quasi  tutti  negli  ultimi  banchi,  con 
le  schiene  contro  la  parete,  sulla  quale 
si  vedevan  delle  enormi  chiazze  d'in- 
chiostro, fin  quasi  alla  vòlta. 

Quando  furon  tutti  al  posto  e  quieti, 
il  maestro  Garallo  fece,  con  la  sua 
voce  di  toro,  ma  con  tono  molto  gar- 
bato ,  la  presentazione  :  —  Vi  pre- 
sento la  vostra  nuova  maestra.  Rac- 
comando l'ubbidienza  e  il  rispetto. 

Detto  questo,  uscì  in  fretta  senz'ag- 
giunger altro,  e  la  maestra  rimase 
un  momento  immobile,  ritta  in  faccia 
alla  sua  scolaresca,  che  la  guardava 
in  silenzio. 

Un   osservatore    estraneo    avrebbe 


Là  maestrina  degli  operai  63 

indovinato  che  faccvan  tutti  un  pa- 
ragone mentale  della  nuova  maestra 
con  la  precedente,  la  signora  Garallo, 
una  piccola  e  grassa  trentenne,  che 
pareva  la  sorella  di  suo  marito  ;  e 
avrebbe  capito  pure  che  il  paragone 
tornava  tutto  a  vantaggio  della  più 
giovane.  In  quasi  tutti  gli  occhi  lucci- 
cava un  sorriso,  che  esprimeva  dei 
pensieri  ditìicili  ad  esprimersi. 

La  maestra  stette  un  po'  confusa, 
con  la  vista  torbida,  non  sapendo 
come  principiare.  Poi  sedette  al  suo 
tavolino. 

In  quel  momento  entrò  Saltafi- 
nestra. 

S'udì  un  lungo  mormorio,  e  tutti 
gli  occhi  si  rivolsero  a  guardar  lui  e 
la  maestra  ;  la  quale,  argomentando  da 
quell'atto  che  tutti  sapessero  ch'egli 


64  La  macstrina  degli  operai 

veniva  a  scuola  per  lei,  impallidì  leg 
germente. 

Il  giovane,  disinvolto  e  tranquillo, 
passò  davanti  al  tavolino,  dando  alla 
maestra  una  rapida  occhiata  di  sbieco, 
andò  dinanzi  al  primo  banco  a  destra, 
dov'era  un  posto  vuoto  contro  il  muro, 
e  messavi  una  mano  sopra,  con  una 
mossa  ao-ilissima  vi  saltò  dentro,  e 
sedette. 

Per  prima  cosa  la  maestra  avrebbe 
dovuto  fare  un  breve  esame  al  nuo- 
vo venuto  per  accertarsi  che  poteva 
stare  nella  sezione  dei  più  avanzati, 
dove  s' era  messo  di  moto  proprio  ; 
ma  l'aspettazione  appunto  di  quell'e- 
same, che  ella  vide  negli  occhi  della 
scolaresca,  le  tolse  il  coraggio  di  farlo. 
Incominciò  subito  la  lezione. 

La  Garallo    le   aveva   accennato  il 


La   lìuiesiiina  citigli   uj>tiiii  65 

SUO  metodo  e  il  punto  a  cui  eran  ri- 
masti. Seguitando  le  sue  tracce,  essa 
si  mise  a  scrivere  sulla  lavagna,  con 
mano  malferma,  una  serie  di  sillabe 
semplici,  per  farle  prima  leggere  e 
poi  scrivere  alla  sezione  di  sinistra  : 
mentre  questi  scrivevano,  ella  avrebbe 
fatto  leggere  agli  altri  il  libro  di  let- 
tura. 

La  lezione  pareva  che  incominciasse 
bene  :  per  un  po'  di  tempo  non  s'in- 
tese alcun  mormorio:  quelli  che  non 
stavano  attenti  alla  lettura,  parevano 
assorti  nell'  osservazione  della  sua 
persona. 

Timidamente,  mentre  leggevano  i 
primi  a  uno  a  uno,  essa  esaminò  con 
sguardi  furtivi  i  suoi  scolari.  I  più 
grandi  stavan  quasi  tutti  alla  sua  si- 
nistra, con  quelli  che  eran  più  addie- 

De  Amicis.  9 


66  La  uiaesifiìia  degli  operai 

tro.  Le  diede  nell'  occhio  avanti  gli 
altri,  nel  banco  più  vicino  a  lei,  una 
specie  d'  Ercole  raccorciato  e  ingob- 
bito, con  una  testa  smisurata  e  de- 
forme, dalla  fronte  bassissima  e  dalla 
bocca  di  bove  :  una  faccia  stupida,  in 
cui  appariva  un'ostinazione  di  bruto, 
ma  che,  nonostante  l'espressione  torva 
degli  occhi,  lasciava  trapelare  non  so 
che  rettitudine  d'animo.  Egli  prestava 
una  profonda  attenzione  alle  sue  pa- 
role e  alla  lettura  degli  altri.  La  mae- 
stra osservò  che  aveva  per  penna  una 
chiave  con  la  punta  per  scrivere  con- 
fitta nel  buco. 

Quando  venne  la  sua  volta  di  leg- 
gere ,  gli  domandò  il  nome.  Quegli 
rispose  in  modo  appena  inintelligibile  : 
—  Carlo  Maggia.  —  Era  un  garzone 
macellaio ,    che    aveva    trentacinque 


La  macstrina  degli  operai  67 

anni,  e  ne  mostrava  dicci  di  più.  Alle 
prime  sillabe  che  lesse,  con  una  voce 
che  pareva  d'un  can  mastino,  alcuni 
ragazzi  dell'altra  sezione  comincia- 
vano a  ridere  ;  ma  a  uno  sguardo 
lento  ch'egli  girò  sopra  di  loro,  tac- 
quero. Attirò  l'attenzione  della  mae- 
stra un  altro  alunno ,  della  sezione 
di  destra,  che  doveva  essere  il  più 
attempato  di  tutti  :  un  uomo  sulla 
cinquantina,  alto,  con  una  folta  barba 
brizzolata,  un  viso  benevolo  e  stanco 
di  onesto  lavoratore,  che  la  confortò. 
Era  un  certo  Perotti,  operaio  della 
conceria,  che  aveva  nella  stessa  scuola, 
due  banchi  più  sotto,  un  suo  figliuolo 
d'undici  anni,  lavorante  nella  sua  fab- 
brica, serio  e  simpatico  come  lui.  Scen- 
dendo con  lo  sguardo  trovò  la  testa 
bionda  d'un  altro  operaio,  più  pulito 


68  La  maestrina  degli  operai 

degli  altri,  che  le  fece  impressione: 
un  uomo  sulla  trentina,  lunghicrinito 
e  ben  pettinato,  con  un  viso  signo- 
rile dal  gran  naso  aquilino,  e  cert'oc- 
chietti  turchini  in  cui  brillava  l'intel- 
ligenza mista  a  una  espressione  d'or- 
goglio, che  si  fece  più  viva  quando  1 
loro  sguardi  s'incontrarono.  Da  quella 
parte  il  maggior  numero  erano  ra- 
gazzi :  dei  visi  vivaci,  irrequieti,  spor- 
chi, impertinenti,  dai  quali  si  capiva 
alla  prima  che  venivano  alla  scuola 
pili  per  godere  il  caldo  e  per  fare  il 
chiasso  che  per  imparare.  Fra  questi 
le  destò  una  vera  inquietudine  un  ra- 
gazzo sui  quattordici  anni,  seduto  al- 
l'estremità  del  secondo  banco,  un 
muratorino,  pareva,  il  quale  sorrise 
apertamente,  con  un'aria  di  famiglia- 
rità punto  rispettosa,    quand'essa  lo 


La  maestrina  degli  opevai  Ce, 

guardò.  Delle  molte  grinte  di  monelli 
ch'ella  aveva  visto  uscir  dalle  fabbri- 
che, quella  era  senza  dubbio  la  più 
invetriata  :  aveva  degli  occhi  in  cui 
scintillavano  tutti  i  vizi,  un  mezzo 
naso  voltato  in  su,  che  era  un'inso- 
lenza incarnata,  una  bocca  su  cui  s'in- 
dovinavano le  oscenità,  senza  che 
parlasse,  la  pelle  cinerea,  il  corpo 
lungo  e  scarnito,  un  po' curvo,  e  il 
sorriso  cinico  del  ragazzo  che  ha  già 
percorso  un  gran  tratto  su  tutte  le 
vie  che  menano  allo  spedale  e  alla 
prigione.  Da  costui  ella  scese  con 
l'occhio  al  primo  banco  ;  ma,  veduto 
appena  di  sfuggita  il  Muroni,  girò  lo 
sguardo  dalla  parte  opposta,  vol- 
gendo l'attenzione  agli  alunni  che 
leggevan  tutti  insieme  le  sillabe  della 
lavagna,  compitando  e  cantando  come 


70  La  maestrina  degli  operai 

bambini  che  mettessero  la  voce  in  un 
imbuto.  S'era  intanto  diffuso  per  la 
scuola  un  odor  forte  che  le  comin- 
ciava a  offender  le  narici  :  il  puzzo 
delle  pipe  e  dei  mozziconi  di  sigaro 
spenti  da  poco,  un  tanfo  misto  di  vino, 
di  grasso  di  macchina,  di  pelli  conce, 
di  stalla,  di  scarpe  fracide.  Nel  coro 
della  lettura,  ella  sentì  che  alcuni  ra- 
gazzi forzavan  la  voce  per  far  la  bur- 
letta ;  ma  finse  di  non  badarvi. 

Quando  ebbero  finito  ordinò  che 
scrivessero  le  sillabe  sui  quaderni,  e 
si  voltò  all'altra  sezione.  Ma  prima 
che  incominciasse,  scesero  dai  banchi 
in  fondo  tre  alunni  grandi  col  qua- 
derno in  mano,  fra  i  quali  il  Perotti, 
e  vennero  da  lei,  come  facevano  con 
la  Garallo,  a  farsi  chiarire  dei  dubbi 
sul  componimento    che   quella  aveva 


La    ìiuii  -ti  liiK    III  i;  il 


assegnato.  Un  pitture  avrebbe  pututo 
fare  un  quadro  nuovo  e  bellissimo  col 
gruppo  che  formò  per  qualche  mo- 
mento il  viso  gentile  di  quella  mae- 
strina timida  e  un  po'  vergognosa, 
china  sui  quaderni,  in  mezzo  alle  te- 
ste rozze  e  scapigliate  dei  tre  operai, 
chinati  essi  pure  per  osservar  le  corre- 
zioni. La  maestra  Garallo  aveva  dato 
per  lavoro  una  lettera  di  commiato 
d'un  operaio  al  suo  capo  di  fabbrica. 
Quando  i  tre  alunni  grandi  furon 
tornati  al  loro  posto,  essa  ne  chiamò 
uno  a  caso ,  scorrendo  V  elenco ,  per 
far  leggere  un  componimento  ad  alta 
voce.  Al  nome  di  Laniagiia  Luigi 
s'  alzò  r  operaio  biondo ,  dai  capelli 
lunghi.  Tutti  fecero  silenzio,  anche 
nell'altra  sezione,  e  si  voltarono  a 
guardarlo,  come  se  aspettassero  ch'e- 


72  La  maestrina  degli  operai 

gli  leggesse  qualche  cosa  di  singolare. 
Quegli  cominciò  a  leggere  con  certa 
correntezza  e  con  un'aria  di  trascu- 
ranza  affettata,  quasi  che  volesse  fin- 
gere di  pensare  ad  altro.  V'eran  nella 
sua  lettera  delle  frasi  che  avevan  poco 
che  fare  col  soggetto ,  incastratevi 
quasi  per  forza,  nelle  quali  si  mo- 
strava più  aperto  l'orgoglio  che  la 
maestra  gli  aveva  già  letto  negli  oc- 
chi. Questa  gli  fece  qualche  appunto 
grammaticale,  a  cui  egli  oppose  delle 
obbiezioni,  non  con  mal  garbo,  ma 
con  un  tuono  da  far  capire  che  vo- 
leva esser  tenuto  in  un  conto  par- 
ticolare, non  messo  a  mazzo  con  gli 
altri.  La  lettera  era  sottoscritta  :  — 
Lamagna  Luigi,  suo  eguale,  non 
servo.  —  Queste  parole,  per  la  mae- 
stra, furono  un  lampo. 


La  macstrina  degli  opcmi  73 

11  Lamagna  doveva  esser  certo  quel- 
r  operaio  socialista  della  fabbrica  di 
ferramenti,  del  quale  essa  aveva  in- 
teso parlare  molte  volte,  come  d'un 
giovane  d'ingegno  ardito  e  bizzarro, 
tenuto  in  grande  stima  dai  suoi  com- 
pagni, a  cui  predicava  il  verbo  nuovo 
nei  crocchi,  terminando  ogni  discorso 
col  raccomandare  YorL^oi^lio  di  classe, 
come  principio  e  fondamento  neces- 
sario della  emancipazione  avvenire. 
La  maestra  gli  fece  ancora  un  ap- 
punto sopra  una  parola  della  chiusa, 
ed  egli  sedette,  mormorando  le  sue 
obbiezioni  al  vicino,  con  un  sorriso 
dignitoso. 

Fin  qui,  salvo  qualche  leggero  bi- 
sbiglio, la  classe  si  portava  bene,  e  la 
maestra  prendeva  animo.  Fece  aprire 
il  libro  di  lettura,  V Artiere  italiano, 

Dii  Amicis.  10 


74  La  maestrina  degli  operai 

che  tatti  gli  alunni  di  destra  avevano, 
e  lesse  ella  prima  un  periodo.  Leg- 
gendo, pensava  che  avrebbe  dovuto 
a  ogni  costo  far  legger  dopo  di  lei  il 
Muroni,  sia  per  rompere  il  ghiaccio, 
sia  per  non  destare  nella  classe  il  so- 
spetto ch'ella  ne  avesse  paura:  d'altra 
parte ,  prendendo  dalla  destra  del 
banco  più  vicino,  egli  era  il  primo. 
Fece  dunque  uno  sforzo,  appena  ebbe 
finito  di  leggere,  e  voltandosi  verso 
di  lui,  gli  disse  :  —  Rilegga. 

Tutti  tacquero. 

Il  giovane  s'alzò,  col  libro  in  mano, 
sorridendo  con  l'aria  vanitosa  di  chi 
sa  d'essere  oggetto  di  curiosità  e  di 
aspettazione. 

Era  la  prima  volta  ch'ella  fissava 
gli  occhi  sopra  di  lui,  e  n'ebbe  più 
ripugnanza    che    non    n'  avesse    mai 


La  ntaestrÌHa  degli  operai  7  5 

avuta.  Quella  piccola  testa  coi  capelli 
fertiminilmente  spartiti  nel  mezzo,  quel 
viso  quasi  di  ray^azzo  precoce,  d'una 
pallidezza  livida,  con  due  piccoli  occhi 
neri  acutissimi,  d'una  espressione  dura 
e  risoluta,  in  cui  s'indovinava  un'ira 
vendicativa  senza  pietà,  con  quella 
bocca  stretta  e  senza  labbra,  che  pa- 
reva una  ferita  di  coltello,  non  guer- 
nita  che  di  due  bafifetti  arricciati  a 
punta,  avevan  qualche  cosa  di  feroce 
insieme  e  di  lezioso,  che  faceva  peg- 
gior  senso  della  faccia  d'un  rozzo 
malfattore  abbrutito.  Tutto  il  suo 
corpo  ben  proporzionato  e  asciutto 
mostrava  d'aver  dei  muscoli  d'acciaio 
e  una  sveltezza  di  saltimbanco.  Alla 
capigliatura  impomatata,  alla  cravatta 
col  nodo  allentato  che  lasciava  sco- 
perto il  collo  lino  alla  fontanella  della 


76  La  maestrina  degli  operai 

gola,  ai  calzoni  stretti  che  s'allarga- 
vano a  campana  sul  piede,  ai  larghi 
polsini  di  colore  che  coprivan  mezze 
le  mani  si  riconosceva  il  tipo  del  ba- 
rabba ambizioso,  misto  di  bellimbusto 
e  di  brigante,  divorato  da  mxille  ap- 
petiti e  non  contenuto  da  altro  freno 
che  da  quello  della  povertà,  pronto  in 
qualsiasi  ora  a  qualunque  cimento  e 
a  ogni  più  audace  birbonata.  L'atteg- 
giamento della  sua  persona,  impostata 
di  sghembo,  con  una  spalla  più  alta 
dell'altra,  il  balenìo  intermittente  degli 
occhi,  l'intonazione  della  voce  rauca 
manifestavano  un  orgoglio  smodato  e 
selvaggio,  che,  non  trovando  altra  via, 
si  sfogava  in  un  disprezzo  beffardo  di 
tutti  e  d'ogni  cosa;  di  quei  disprezzi 
di  malfattori  che  vanno  di  sotto  in 
su,  crescendo  gradatamente,  dalla  poi- 


La  maesirina  degli  operai  77 

vere  della  via  dove  nascono  fino  alla 
sommità  d' ogni  grandezza  umana. 
Leggendo  a  stento,  egli  fingeva  d'in- 
taccare per  capriccio,  non  per  igno- 
ranza, e  neir  alzare  il  viso  dal  libro, 
lanciava  ogni  tanto  un'  occhiata  alla 
maestra  che  non  gli  vedeva  che  il 
bianco  degli  occhi,  e  n'aveva  un  senso 
di  freddo  alle  vene.  E  benché  si  sfor- 
zasse, quando  lo  doveva  correggere, 
non  osava  guardarlo  nel  viso  ;  non 
guardava  che  la  sua  mano  destra, 
con  la  quale  ei  teneva  il  libro,  pen- 
sando con  raccapriccio  ch'era  quella 
che  aveva  immerso  il  coltello  nel 
fianco  d'un  amico.  Quando ,  finita  la 
lettura,  egli  si  rimise  a  sedere,  ella 
si  sentì  come  liberata  da  un'oppres- 
sione del  cuore. 

\  enuta  la  volta    di    leggere  al  ra- 


78  La  maestrina  degli  operai 

gazzo  del  secondo  banco,  che  le  aveva 
fatto  una  così  trista  impressione,  ella 
capì  dal  modo  come  s'alzò  e  dal  mo- 
vimento di  curiosità  dei  suoi  com- 
pagni ch'egli  doveva  esser  solito  a 
provocar  l'ilarità  o  lo  scandalo  nella 
classe ,  e  avendo  letto  nell'elenco  Pie- 
tro Maggia,  gli  domandò,  con  la  spe- 
ranza d'ingraziarselo  un  poco  in  quella 
maniera,  se  fosse  parente  dell'altro 
Maggia,  quella  specie  di  grosso  bruto, 
ch'era  nell'altra  sezione. 

—  A  l'è  me  barba  (è  mio  zio),  — 
rispose  il  ragazzo,  con  una  smorfia 
buffa,  che  fece  ridere  i  vicini.  Lo  zio, 
intento  a  scrivere  con  la  sua  chiave, 
non  sì  voltò.  E  quegli  cominciò  a  leg- 
gere con  voce  contraffatta,  ch'era  una 
sua  valentia  artistica,  con  cui  imitava 
la    voce    d'  un    povero    sciancato   del 


La  maestrina  degli  operai  79 

sobborgo,  che  chiedeva  T elemosina. 
Tutti  i  ragazzi  si  misero  a  ridere. 
Ma  tre  o  quattro  degli  uomini  fecero 
segno  di  disapprovazione  ;  fra  i  quali 
il  Perotti,  dal  suo  banco  in  fondo,  gli 
disse  aspramente  :  —  Finiscila  ! 

—  Perchè  mi  manca  di  rispetto? 
—  gli  dimandò  la  maestra  incorag- 
giata da  quegli  aiuti. 

Il  ragazzo  sedette,  facendo  l'atto 
d' arricciarsi  un  baffo.  La  maestra 
passò  ad  un  altro.  Quando  toccò  al 
Lamagna,  avendogli  detto:  —  Faccia 
sentir  meglio  la  doppia  t  —  quegli 
rispose  con  dignità:  —  Mi  par  d'a- 
verla fatta  sentire.  —  Gli  altri  si  con- 
tennero bene.  Allora  essa  diede  il 
peri<jdo  da  scrivere  e  tornò  alla  prima 
sezione. 

Intanto,  furtivamente,  guardava  di 


8o  La  maestrina  degli  operai 

tratto  in  tratto  il  Muroni  per  indo- 
vinar dal  suo  contegno  le  sue  inten- 
zioni. Egli  scriveva;  ma  guardando 
lei  molto  spesso  ;  e  i  suoi  sguardi, 
pure  non  palesandole  chiaramente  il 
suo  pensiero ,  la  confermavan  pur 
troppo  nella  certezza  che  con  un  pen- 
siero egli  fosse  venuto,  o  spinto  da 
una  simpatia  brutale,  o  per  far  qual- 
che bravata,  forse  per  una  scommessa 
fatta  coi  suoi  compagni,  o  col  solo 
proponimento  d'impaurirla  e  di  farle 
dispiacere,  per  malvagità  ;  o  chi  sa 
che  altro.  Ogni  volta  ch'ei  la  guar- 
dava, gli  guizzava  un  sorriso  su  quella 
bocca  senza  labbra,  come  il  luccichio 
d'una  lama,  il  sorriso  bieco,  subdolo, 
fuggente  di  chi  cova  un  proposito 
maligno.  E  a  ciascuno  di  quei  sorrisi 
ella  si  turbava,  tanto  che  doveva  fare 


La  maestrina  degli  operai  8i 

uno  sforzo  per  non  perdere  il  filo 
della  lezione,  e  quegli  se  n'accorgeva, 
e  mandava  dagli  occhi  un  lampo  di 
compiacenza  trionfante,  che  la  turbava 
anche  peggio.  Egli  tenne  però  per 
tutta  la  lezione  un  contegno  corretto, 
non  voltandosi  mai  a  parlar  coi  vi- 
cini, come  se  fosse  tutto  assorto  nella 
sua  idea. 

Quelle  due  lunghissime  ore  passa- 
rono, come  Dio  volle.  Essendovi  la 
doppia  vacanza  del  sabato  e  della 
domenica,  la  maestra  diede  per  com- 
pito alla  sezione  più  avanzata  una 
lettera  a  una  supposta  sorella  lon- 
tana. Poi  raccomandò  timidamente  a 
tutti  di  uscire  in  silenzio.  All'ultime 
-^ue  parole  il  piccolo  Maggia  mise  un 
fischio  sottile,  che,  per  fortuna,  passò 
inosservato  tra  il  suono  tlella  cainpa- 

Ue  Amicis,  ^1 


82  La  maestrina  degli  operai 

nella  e  il  rumore   che    facevan   tutti 
per  apparecchiarsi  ad  uscire. 

Uscirono  in  gran  disordine.  Pas- 
sandole davanti,  il  Muroni  le  lanciò 
uno  sguardo  eh'  essa  sfuggì.  Molti 
degli  uomini  la  salutarono.  Ma  il  mag- 
gior chiasso  scoppiò  di  fuori.  Usci- 
vano anche  gli  alunni  del  Garallo. 
Pareva  un'  uscita  d'  un  teatro  popo- 
lare una  sera  di  martedì  grasso  : 
strilli,  salve  di  fischi,  zufoli,  urlate, 
un  fracasso  di  zoccoli,  un  chiamarsi 
per  nome  a  squarciagola,  uno  schia- 
mazzo di  domande  e  di  risposte,  in 
cui  la  maestra  sentì  più  volte  il  pro- 
prio nome  e  dei  comenti  sulla  sua 
persona,  seguiti  da  risate  clamorose, 
da  canti,  da  versi  d'animali,  da  escla- 
mazioni buffe  e  da  scaracchi  sonori  ; 
e  da  tutte  le  parti  fiammelle  di  zol- 


La   ntaesfn'na  digli  oj'crat  83 

fanelli  e  di  carte  accese  sulle  pipe, 
che  ofTrirono  per  un  momento  lo  spet- 
tacolo d'una  luminaria  nella  nebbia. 
Poi  il  baccano  s'allontanò  a  poco  a 
poco,  non  si  udirono  più  clie  grida  e 
canti  nel  sobborgo,  e  inllne  seguì  un 
silenzio  profondo. 


84  La  maestrina  degli  operai 


VII. 

La  Varetti  uscì  dalla  scuola  assai 
tranquillata.  La  sua  classe  era  meno 
peggio  di  quello  che  si  fosse  imma- 
ginata; e' eran  dei  visi  di  galantuo- 
mini, che  le  parevan  disposti  a  te- 
nere in  briglia  i  ragazzacci;  e  la 
confortava  sopra  tutto  l'immagine  di 
quel  Perotti,  sul  cui  viso  onesto  essa 
aveva  visto  quasi  una  promessa  di 
protezione  paterna.  Chiese  poi  noti- 
zie di  lui  al  Garallo,  che  raggiunse 
per  la  scala,  e  le  ebbe  eccellenti.  Era 
un  buon  operaio  e  un  ottimo  padre 
di  famiglia,  che  aveva  lavorato  da  fa- 
legname prima  d'entrare  alla  conce- 
ria, e  fatto  due  o  tre  piccoli  mobili 


La  nuu^i,i<iu  digli  operai  85 


assai  graziosi  per  il  museo  pedago- 
gico che  il  maestro  si  proponeva  di 
mettere  assieme.  Avevan  tanta  buona 
volontcà  d'istruirsi,  lui  e  il  suo  figliuolo, 
che  appena  usciti  dalla  conceria,  an- 
davano alla  scuola  senza  mangiare, 
restando  così  digiuni  per  dieci  ore; 
e  il  piccino,  che  aveva  fatto  la  se- 
conda elementare,  correggeva  ancora 
i  lavori  al  padre,  dopo  cena.  —  Ve- 
drà —  concluse  il  Garallo  —  che  col 
popolo  si  sta  bene.  Se  poi  seguiranno 
dei  disordini,  lei  mi  manderà  a  chia- 
mare dal  cantoniere,  e  non  avrò  clie 
da  affacciarmi  all'uscio:  tutti  rien- 
treranno nel  dovere. 

La  maestra  si  ripresentò  dunque 
alla  scuola,  benché  turbata  sempre 
dal  timore  di  Saltafinestra,  con  assai 
miglior  animo  che  non  si  fosse  pre- 


86  La  waestrina  degli  operai 

sentata  tre  giorni  avanti.  Ma  s'accorse 
pur  troppo  fin  da  principio  che,  non 
pili  distratti  dalla  curiosità  eh'  essa 
aveva  destata  la  prima  sera,  e  anche 
perchè  avevano  indovinato  la  sua  in- 
dole timida,  i  ragazzi  non  si  sareb- 
bero più  frenati  come  V  altra  volta. 
Ella  sentì  delle  risate  represse,  e  capì 
che  qualcuno  doveva  far  dei  gesti 
sconvenienti  alle  sue  spalle,  mentre 
stava  alla  lavagna  a  scriver  le  sillabe. 
I  ragazzi  cominciarono  a  parlar  forte  ; 
alcuni  si  addormentavano;  uno  rus- 
sava, e  lo  dovette  svegliare.  Fu  co- 
stretta due  o  tre  volte  a  interrom- 
persi ,  sgomenta ,  aspettando  che  i 
grandi,  stizziti  d'esser  disturbati,  im- 
ponessero silenzio.  Il  piccolo  Maggia 
distraeva  i  vicini  con  una  ginnastica 
continua   delle  mani  e  dei  piedi,    di 


La  maestrina  degli  operai  87 

sotto  al  banco,  e  quando  essa  lo  guar- 
dava, le  fissava  gli  occhi  in  viso  con 
una  espressione  di  finto  stupore,  cosi 
impertinente,  che  le  faceva  voltare  il 
capo  da  un'  altra  parte. 

Ammutolirono  tutti  quando,  termi- 
nata la  lettura  della  prima  sezione, 
videro  Saltafinestra  uscir  dal  suo 
banco  col  quaderno  in  mano  per  sa- 
lir sul  palco  a  chiedere  spiegazioni 
sul  suo  lavoro. 

La  maestra  tremò,  presa  dal  pre- 
sentimento di  qualche  atto  di  audacia. 

Il  giovane  le  si  avvicinò  perfetta- 
mente tranquillo,  simulando  anzi  una 
grande  serietà,  e  messole  davanti  il 
quaderno  aperto,  le  rivolse  una  do- 
manda intorno  a  una  frase.  Vinta  la 
ripugnanza  che  sentiva  a  stargli  così 
vicino,  tremando,  e  quasi  restringen- 


88  La  maestrina  degli  operai 

dosi  in  sé  come  per  scansare  il  suo 
contatto,  ella  chinò  il  viso  sul  qua- 
derno ,  e  lesse  le  prime  righe  del 
componimento  :  una  lettera  a  una  so- 
rella. 

Tutt'  a  un  tratto,  mossa  da  uno 
sdegno  più  pronto  d'ogni  timore,  af- 
ferrò il  foglio  con  due  mani,  lo  fece 
in  due  pezzi,  e  respinse  il  quaderno- 
da  sé. 

Aveva  letto  il  principio  d'  una  di- 
chiarazione amorosa. 

Il  giovane  riprese  il  quaderno  e 
tornò  al  suo  posto,  col  capo  basso, 
sorridendo  sinistramente.  La  maestra 
rimase  qualche  momento  bianca  come 
un  cencio.  Poi,  con  molta  fatica,  ri- 
cominciò la  lezione. 

Oueiravvenimento  misterioso,  com- 
mentato subito  da  un  vivo  mormorio, 


La  maestrina  digli  operai  89 

valse  a  tencTc  nella  scolaresca  un 
breve  silenzio  di  curiosità  e  di  aspet- 
tazione. Ma  verso  la  fine,  mentre  la 
maestra  voltava  un'  altra  volta  le 
spalle  alla  classe  per  scrivere  le  sil- 
labe col  gessetto ,  fu  riscossa  dal 
colpo  d'una  grossa  palla  di  carta  ma- 
sticata che  battè  nel  mezzo  della  la- 
vagna e  ricadde  ai  suoi  piedi. 

Si  voltò  con  una  fiamma  nel  viso, 
per  cercare  il  colpevole  ;  il  quale  non 
poteva  essere  il  Muroni,  poiché  la 
palla  era  venuta  d'  in  mezzo  alla 
scuola.  Guardò  il  piccolo  Maggia,  ma 
aveva  una  faccia  impassibile.  Guardò 
gli  altri  ragazzi;  eran  tutti  come 
statue. 

—  Chi  è  stato?  —  domandò  con 
voce  commossa. 

Nessuno  rispose. 

Da   Amicis.  12 


90  La  maestrina  degli  operai 

Cercò  il  viso  dei  tre  o  quattro  uo- 
mini più  attempati,  che  credeva  di- 
sposti a  proteggerla;  quello  del  Pe- 
rotti,  fra  gli  altri;  ma  tutti  abbassa- 
rono il  capo.  Allora,  scoraggiata,  fece 
uno  sforzo  per  rimandare  indietro  le 
lacrime,  e  continuò  la  lezione. 

Quel  nuovo  affronto  che  le  era 
stato  fatto  in  faccia  a  tutti  le  strin- 
geva il  cuore  più  di  quell'  altro,  che 
pure  l'aveva  offesa  più  addentro  come 
donna;  e  la  sua  commozione  visibi- 
lissima giovò  a  tenere  in  certo  ri- 
serbo gli  alunni,  eccetto  il  piccolo 
Maggia,  che  tentò  due  o  tre  volte  di 
far  rider  la  classe.  Ma  i  grandi,  in- 
dignati, lo  zittirono.  Triste,  ella  se- 
guitò a  far  leggere,  non  guardando 
più  il  Muroni  che  verso  la  fine  della 
lezione.  Ma  gli  occhi  ch'ella  gli  vide 


Im   ninestfina  degli  operai 


in  quel  punto  le  rimescolarono  il 
sangue:  non  era  più  lo  sguardo  tra 
curioso  e  beffardo  della  prima  sera: 
era  uno  sguardo  acuto  e  freddo,  lam- 
peggiante fra  le  palpebre  socchiuse, 
nel  quale  traspariva  l'orgoglio  offeso, 
un  proponimento  risoluto  di  vendetta, 
una  aperta  minaccia.  Sull'atto  ella  si 
vide  assalita,  percossa,  ferita,  distesa 
sulla  neve,  e  si  sentì  correre  il  san- 
gue caldo  gii!i  per  il  fianco,  e  le  tre- 
maron  le  ginocchia  come  per  febbre. 

All'  uscita,  vide  molti  alunni  affol- 
larsi nel  corridoio  intorno  al  Muroni 
per  domandargli  la  rivelazione  del 
mistero.  Uno  degli  ultimi  a  uscire  fu 
il  Perotti. 

La  maestra  lo  chiamò. 

Quegli  le  si  accostò  in  atto  rispet- 
toso, col  cappello  in  mano. 


92  La  tnaestrma  degli  operai 

—  Lei  ha  visto  —  disse  la  maestra 
con  voce  ancora  tremante  —  l'affronto 
che  m'  hanno  fatto,  alla  lavagna.  Se 
non  faccio  punire  il  colpevole,  faranno 
di  peggio.  Perchè  non  mi  dice  chi  è 
stato,  lei  che  è  un  galantuomo? 

II  Perotti  abbassò  il  viso,  un  po' 
vergognato,  senza  rispondere. 

—  Perchè  non  mi  denuncia  il  col- 
pevole? —  ripetè  la  maestra. 

—  Eh,  cara  signora  —  rispose  fran- 
camente r  operaio  —  per  non  bu- 
scarmi una  coltellata. 

La  maestra  fece  un  atto  di  ribrezzo. 

—  Ma  non  può  essere  stato  che 
un  ragazzo  !  —  disse. 

—  Giusto  —  rispose  l'altro  —  quelli 
sono  peggio  dei  grandi. 

La  maestra  non  disse  più  nulla,  e 
il  Perotti  se  n'andò  col  capo  basso. 


La  maestrina  degli  operai  98 


Vili. 

Il  suo  primo  pensiero  fu  di  cessare 
le  lezioni.  Ma  poi  prevalse  in  lei  il  sen- 
timento della  dignità.  Sarebbe  stata 
una  viltà  il  ceder  così  subito  all'inso- 
lenza d'una  piccola  parte,  ch'era  la 
peggiore,  della  classe.  E  decise  di 
persistere ,  non  solo  ;  ma  di  tenere 
chiusi  in  se  i  suoi  affanni  e  le  sue 
paure.  La  maestra  Baroffì,  peraltro, 
la  tirò  su  quel  discorso  la  mattina 
dopo,  a  colazione,  lagnandosi  con  lei 
che  i  suoi  alunni  serali  avessero  bu- 
cato in  fondo  i  calamai  fissi  nei  ban- 
chi, in  modo  che  quella  mattina  era 
colato  tutto  r  inchiostro  sui  vestiti 
delle  ragazze.  Allora  la  Varetti  le 
parlò  delle  sue   angustie.  JVla  quella, 


94  -^^  Maestrina  degli  operai 

con  la  sua  voce  grassa  di  madre  no- 
bile, ribatteva  sempre  lo  stesso  chiodo  : 
—  Ma  parla  loro  una  volta  !  Fa'  loro 
un  bel  discorso,  che  li  commova  !  Fin 
che  non  ti  farai  sentire,  non  farai  nulla. 
Ti  scrivo  una  parlata  io,  se  ti  pare.  Il 
tuo  motto  deve  essere  :  Snrsiuii  cor- 
da !  Ah  se  fossi  io  al  tuo  posto  !  Me 
li  farei  venire  a  baciarmi  le  mani,  come 
schiavi  riconoscenti.  La  parola  è  tutto, 
mia  cara!  —  La  Varetti,  però,  non  le 
disse  verl)o  dell'atto  del  Muroni  per- 
chè, in  fondo,  sebbene  l'avesse  offesa, 
l'aveva  tolta  almeno  da  un'affannosa 
incertezza,  svelandole  con  che  fine  era 
venuto  a  scuola;  e  anche  il  nuovo  ti- 
more ch'ella  aveva  ora  di  una  vendetta 
del  suo  orgoglio  ferito,  essendo  qual- 
che cosa  di  determinato,  l'angustiava 
meno  della  paura  misteriosa  di  prima. 


La  tnacstrina  degli  operai  96 

Senonchè  la  terza  lezione  fu  anche 
più  burrascosa  della  seconda.  Ella 
s'accorse  fin  dai  primi  momenti  che 
ci  doveva  essere  un'intesa  per  far  del 
chiasso  fra  i  peggiori  ragazzi  della 
classe.  Anche  il  contegno  del  Muroni 
le  apparve  mutato  di  proposito  fin 
dal  principio.  Egli  prese  nel  suo  banco 
un  atteggiamento  spavaldo,  con  le 
mani  nelle  tasche  della  sottoveste  e 
una  gamba  sull'altra,  guardando  lei 
con  uno  sguardo  che  andava  senza 
posa  dal  viso  ai  piedi  e  dai  piedi  in 
su,  accompagnato  da  un  dondolio  del 
capo  e  da  un  sorriso  continuo^  come 
se  volesse  farle  capire  il  desiderio 
sensuale  che  gli  faceva  accarezzar 
così  con  occhio  insolente  tutta  la  sua 
persona.  Ella  scoperse  un  accordo  fra 
lui  e  il  piccolo  Maggia,  al  quale  dava 


96  La  macstrina  degli  operai 

delle  occhiate  per  incoraggiarlo  alle 
impertinenze.  Resse  non  di  meno  fin 
che  potè,  senza  far  rimproveri.  Ma, 
senza  volerlo,  il  socialista  Lamagna 
suscitò  il  disordine.  Quando  un  alunno 
di  destra  lesse  ad  alta  voce  una  pro- 
posizione àtW Artiere  italiano  che  di- 
ceva :  "  Il  galantuomo ,  anche  se  è 
povero,  è  sempre  contento  e  onorato  „ 
—  il  Lamagna  fece  un  riso  ironico,  e 
disse  forte  :  —  Che  pastocchie  da  ve- 
nir a  contare  a  noi!  —  E  tutti  i  ra- 
gazzi risero  in  coro.  Ciò  non  ostante, 
ad  ogni  interruzione  o  monelleria  di 
costoro,  la  confortava  il  veder  la  mag- 
gior parte  degli  uomini,  e  in  ispecie 
i  contadini  ed  i  pastori,  far  segno  di 
maraviglia  e  di  riprovazione,  e  dare 
anche  sulla  voce  ai  disturbatori;  e 
alcuni  di  essi,  dei  visi  onesti  e  gravi, 


La  tftaestrtna  degli  operai  97 


mostrare  un  sincero  rammarico.  Que- 
sto le  diede  coraggio  fino  a  minac- 
ciare qualcuno  di  espulsione  perpe- 
tua ;  ma  la  sua  voce  gentile  e  tremola 
(lava  così  poca  forza  a  quelle  minacce, 
che  nessuno  se  ne  diede  per  inteso. 
A  im  certo  punto,  a  un'interruzione 
chiassosa  del  piccolo  Majgia,  s'alzò 
quella  specie  di  bruto  di  suo  zio,  rab- 
bioso come  un  giumento  molestato, 
e  gli  mostrò  il  pugno  enorme  e  gli 
occhi  bianchi  ;  ma  la  paura  di  quel 
pugno  non  lo  racquetò  che  pochi  mi- 
nuti. Egli  non  faceva  propriamente 
nulla  da  potere  esser  colto  e  scac- 
ciato; la  maestra  non  riusciva  mai  a 
prenderlo  sul  fatto.  Con  una  varietà 
e  rapidità  maravigliosa  di  gesti ,  di 
smorfie  e  di  lazzi  egli  eccitava  e  di- 
sturbava   vicini    e    lontani  ,    facendo 

De  Amicis.  13 


98  La  maestrina  degli  operai 

sempre  in  tempo  a  ricomporre  la 
faccia  a  un'  espressione  di  stupore 
buffonesco  quando  essa  lo  guardava. 
Infine,  nacque  uno  scandalo.  Avendo 
la  maestra  chiamato  a  leggere  Salta- 
finestra,  questi,  finita  la  lettura,  per 
rimettersi  a  sedere  fece  un  giro  sopra 
sé  stesso,  voltando  la  schiena  a  lei. 
Stando  col  viso  chino  sul  libro,  essa 
non  vide  l'atto,  ma  a  una  risata  di 
tutta  la  ragazzaglia  sospettò  l'ingiuria, 
e  mutò  colore. 

Scoppiarono  varie  voci  d'indignazio- 
ne, fra  le  quaH  s'udì  distinta  quella  del 
Perotti  che  gridò  :  —  È  una  vergogna  ! 

Il  Muroni  si  voltò  di  scatto  verso 
di  lui  e  gli  fissò  in  viso  due  occhi 
terribili,  in  cui  balenava  la  risoluzione 
d'una  vendetta.  Poi  disse  fra  i  denti  : 
—  A  più  tardi  ! 


La  maestrina  degli  operai  99 

Alla  maestra  s'agghiacciò  il  sangue: 
le  parve  di  veder  per  aria  un  coltello, 
tutto  le  si  oscurò  dinanzi,  non  ebbe 
più  la  forza  di  pronunciare  una  pa- 
rola di  rimprovero. 

L'aspettazione  d'una  rissa  tenne  la 
classe  in  silenzio. 

La  povera  ragazza  avrebbe  voluto 
che  la  lezione  non  finisse  mai.  Quando 
fu  alla  fine  ebbe  ancora  tanta  forza 
da  dire  con  un  filo  di  voce:  —  Escano 
in  silenzio,  mi  raccomando;  vadano 
subito  a  casa;  non  mi  diano  dei  dis- 
piaceri. 

Saltafinestra  aspettò  il  Perotti  sul 
viale,  davanti  alla  scuola.  Tremando 
come  una  foglia,  la  maestra  mise  il 
viso  alk»  spiraglio  dell'  uscio ,  dopo 
aver  esortato  inutilmente  il  canto- 
nieie  a  correr  fuori  a  intromettersi: 


loo  La  maestrina  degli  operai 

questi  diceva  clie  sarebbe  accorso, 
quando  fossero  venuti  alle  mani,  e 
non  si  moveva  di  dietro  a  lei.  Essa 
vide  gli  alunni  disporsi  in  cerchio 
come  per  assistere  a  una  lotta.  Il  Pe- 
rotti  e  il  Muroni  si  misero  l'uno  di 
fronte  all'  altro ,  al  lume  del  lam- 
pione, coi  visi  alti,  che  quasi  si  toc- 
cavano. Nel  silenzio  della  folla,  udì  le 
loro  voci. 

—  Torni  un  po'  a  dire  quello  che 
ha  detto  !  —  disse  il  Muroni. 

In  quel  momento  si  udì  la  voce  pian- 
gente del  figliuolo  del  Perotti  che 
supplicava  il  padre  d'andarsene,  e 
pareva  che  si  sforzasse  di  tirarlo  via. 

La  maestra  si  senti  un  sudore 
freddo  alla  fronte. 

Ma  alle  prime  parole  del  Perotti, 
capi  ch'egli  dava    indietro.  Gl'intese 


La  tiiaestrina  degli  operai 


dir  confusamente:  —  ....tra  camerati.... 
non  vai  la  pena....  f|iiando  uno  dice 
il  suo  sentimento..,. 

Tutta  la  ragazzaglia  mise  fuori 
(\w(A\\iJi!  prolungato,  con  cui  si  piglia 
atto  d'una  ritrattazione. 

11  Muroni  disse  forte,  fra  il  mor- 
morio: —  iV  me  non  si  fanno  osser- 
vazioni, —  e  continuò,  senza  che  la 
maestra  capisse,  in  tono  risentito,  fi- 
schiando quasi  le  parole.  La  voce  del 
Perotti  rispose  anche  più  blanda  di 
prima.  La  rissa  era  scansata.  I  due 
contendenti  e  la  folla  si  cominciarono 
a  movere. 

La  ragazza  respirò.  Ma  capì  che 
non  avrebbe  pili  avuto  nessun  pro- 
tettore coraggioso  contro  chi  l'insul- 


tava. 


La  mdesirtna  degli  operai 


IX. 


Ora,  come  poteva  continuare  a  far 
la  scuola  senza  ristabilir  la  disciplina  ? 
E  in  qual  modo  ristabilirla  ?  Pensò 
a  chiedere  aiuto,  al  Garallo  ;  ma  lo 
conosceva:  egli  l'avrebbe  esortata  a 
pazientare  ancora,  ripetendole  la  pro- 
messa di  farsi  vedere  quando  le  cose 
fossero  andate  pii!i  in  là.  Poteva  ri- 
correre al  soprintendente,  il  cavalier 
Sanis,  proprietario  della  grande  fab- 
brica di  ferramenti  ;  ma  era  un  be- 
nedett'uomo  irreperibile,  sempre  a 
Torino  quando  lo  cercavano  a  San- 
t'Antonio, sempre  qui  quando  lo  vo- 
levano Là  ;  oltreché  s' era  fatta  una 
legge  comoda,  di  non  mai  immischiarsi 


La  ruacsfn'nn  de^li  opcynt  i  o3 


con  operai  fuori  della  fabl)rica.  La 
maestra  era  ancora  in  quest'incer- 
tezza la  sera  dopo,  f[uand()  vennero 
a  pregarla  di  dare  una  corsa  al  sob- 
borgo, a  visitare  uno  dei  suoi  piccoli 
alunni,  gravemente  malato. 

Non  c'era  che  a  percorrere  il  viale 
della  chiesa  e  fare  un  altro  centinaio 
di  passi  nel  paese,  e  poiché,  essendo 
ancor  giorno,  non  aveva  nulla  da  te- 
mere dal  Muroni ,  andò  subito.  Ma 
fu  trattenuta  in  casa  del  malato  pii!i 
che  non  s'aspettasse,  e  quando  uscì, 
imbruniva.  Ebbe  l'idea  di  cercar  qual- 
cuno che  l'accompagnasse;  ma  si  ver- 
gognò :  avrebbero  riso  di  lei.  Tirò 
dunque  innanzi  a  rapidi  passi.  Quando 
fu  all'imboccatura  del  viale,  vedendo 
che  era  deserto,  s'arrestò.  Poi  riprese 
risolutamente  il  cammino  per  un  pie- 


La  maestrina  degli  operai 


colo  sentiero  aperto  tra  la  neve  ge- 
lata, volgendo  lo  sguardo  sospettoso 
a  destra  e  a  sinistra.  Non  aveva  mai 
trovato  il  viale  così  lungo,  le  pareva 
di  non  arrivar  mai  alla  metà,  ch'era 
segnata  da  un  sedile  di  pietra.  E  v'era 
appena  arrivata  quando  vide  un  uomo 
uscire  improvvisamente  di  dietro  al 
tronco  d' uno  dei  grandi  alberi  del 
lato  sinistro,  e  piantarsele  davanti  a 
cinque  passi.  Le  corse  un  brivido  per 
le  vene.  Aveva  riconosciuto  ai  con- 
torni Saltafinestra. 

S'arrestò  come  paralizzata. 

Quegli  fece  un  passo  avanti  ;  essa, 
inchiodata  a  terra,  non  si  potè  movere. 

Il  giovane  domandò  con  voce  rauca 
e  bassa:  —  Perchè  mi  ha  stracciato 
il  quaderno  ? 

La  maestra  non  rispose. 


L<t   innestn'na  (fei^ìt  operai  loS 


—  Non  si  fa  una  figura  così  ad 
un  uomo,  —  disse  quegli. 

Ella  tacque  ancora,  tremando  da 
capo  a  piedi. 

—  Io  la  potrei  far  pentire,  —  sog- 
giunse lui. 

Ella  tremava  così'  forte  che  il  gio- 
vane se  n'accorse. 

—  Perchè  ha  tanta  paura?...  —  do- 
mandò, guardandosi  intorno.  —  Non 
c'è  nessuno....  Mi  dia  un  bacio. 

E  allungò  una  mano. 

La  maestra  diede  in  uno  scoppio 
di  pianto.  In  quel  momento  comparve 
un'ombra  in  fondo  al  viale. 

—  Ho  detto  per  ridere,  —  disse  il 
giovane.  E  soggiunse  con  accento  di 
minaccia:  —  Non  parli! 

La  maestra  si  diresse  a  passi  pre- 
cipitosi verso  la  scuola. 

De  Amicis.  14 


ro6  La  inaestriitn  degli  operai 


X. 


Rientrò  in  casa  così  spaventata  che 
non  pensò  neppure  un  momento  a 
denunciare  il  fatto  all'  autorità ,  e 
quando  si  fu  un  poco  ricomposta,  al 
pensiero  d'essere  scampata  da  quel- 
l'incontro con  null'altro  di  peggio  che 
un  grande  spavento,  le  parve  di  do- 
ver ringraziare  Iddio  come  d' una 
buona  fortuna.  E  decise  fermamente 
di  non  uscir  mai  più  di  sera  che  ac- 
compagnata; ma  cercò  insieme  di  con- 
fortarsi pensando  che  quegli  non 
avrebbe  più  osato  di  affrontarla  una 
seconda  volta  in  quel  modo,  che  il 
suo  terrore  e  il  suo  pianto  gli  ave- 
vano forse  destato  un  po'  di  pietà,  o 
eran  bastati,  se  non  altro,   alla  sod- 


La  maeslrina  degli  operai  107 

disfazione  del  suo  rancore.  E  infatti 
essa  notò  in  lui,  alla  lezione  di  quella 
stessa  sera,  un  cambiamento:  non 
provocò  più  disordini,  non  fece  più 
alcun  atto  di  scherno.  Ma  v'era  nel 
suo  contegno  qualche  cosa,  che  quasi 
le  faceva  desiderare  che  non  si  fosse 
uiutat(j  :  pareva  cìi'cgli  avesse  fatto 
un  ritorno  ai  pensieri  di  prima,  quando 
non  aveva  ancora  cominciato  a  tor- 
mentarla, e  che  in  quelli  fosse  più 
raccolto  e  risoluto  d'allora.  Il  suo 
sguardo  non  correva  più  sulla  sua 
persona  con  quell'espressione  di  cu- 
riosità sensuale  e  insolente;  ma,  lungi 
dall'esprimere  benevolenza,  sembrava 
che  spirasse  un  odio  che  prima  non 
aveva.  Egli  la  guardava  e  pensava, 
rodendosi  le  unghie.  Pareva  che  mac- 
chinasse   qualche  coja,   una  serie  di 


La  maestrina  degli  operai 


cose,  col  dispetto  di  non  trovarne  al- 
cuna che  lo  soddisfacesse.  E  così  fece 
altre  sere,  ma  sempre  più  pensieroso 
e  accigliato.  Quel  suo  aspetto  era  in- 
tollerabile alla  maestra.  Avrebbe  vo- 
lato qualche  volta  rivolgersi  a  lui 
arditamente,  e  interrogarlo,  ordinargli 
di  spiegarsi,  supplicarlo  anche,  perchè 
la  liberasse  dall'oppressione  di  quella 
perpetua  minaccia  muta,  parendole 
che  qualunque  cosa  egli  fosse  per 
minacciarle,  dovesse  essere  meno  peg- 
gio di  quello  che  le  passava  confu- 
samente nell'immaginazione. 

E  quand'era  sola,  ragionando,  cer- 
cava di  penetrare  nei  suoi  pensieri 
con  l'aiuto  di  quella  scarsa  e  vaga  co- 
gnizione dello  spirito  della  sua  classe 
eh'  ella  aveva  di  seconda  mano.  Per 
esempio,   egli    doveva  ad  un    tempo 


La   iiKii^triiia   degli   operai  loq 

desiderarla  per  brutalità,  come  un'al- 
tra qualsiasi,  e  odiarla  per  T avver- 
sione ch'essa  gli  dimostrava;  doveva 
odiare  in  lei  la  classe  signorile,  a  cui 
stimava  che  appartenesse,  e  del  cui 
abborrimento  pei  giovani  suoi  pari 
essa  era  certo  la  più  manifesta  e  viva 
espressione  ch'egli  avesse  mai  veduto  ; 
doveva  desiderare  di  vendicarsi  di 
queir  abborrimento  facendole  sfregio 
o  violenza,  ed  essere  eccitato  in  quel 
desiderio  dalla  sua  stessa  paura,  che 
gli  solleticava  l'orgoglio  della  malva- 
gità e  della  prepotenza;  doveva  esser 
tormentato  da  una  curiosità  feroce 
di  vedere  come  si  sarebbe  dibattuta, 
come  avrebbe  supplicato,  chiesto  gra- 
zia, gridato,  singhiozzato,  sofferto, 
inorridito  sotto  le  sue  mani.  Egli  do- 
veva insieme  desiderarla  e  insultarla 


La  maestrina  degli  operai 


in  cuor  suo,  cercar  di  disonorarla  nel 
proprio  concetto,  dandole  i  più  sconci 
nomi  del  suo  orribile  linguaggio,  go- 
dere a  immaginarsi  di  percoterla  e  di 
avvilirla  in  presenza  di  tutti.  Questo 
si  vedeva  nei  suoi  occhi  biechi,  che 
divampavano  alle  volte ,  biancheg- 
giando come  gli  occhi  d'una  fiera,  e 
dal  modo  con  cui  ribeveva  l'aria,  di 
tratto  in  tratto,  con  quella  sua  bocca 
senza  labbra,  come  per  rattenere  uno 
scoppio  —  credeva  lei  —  di  dispetto 
e  di  rabbia.  E  a  questo  pensiero  rab- 
brividiva, e  lo  scacciava,  ma  vi  rica- 
deva, a  suo  malgrado. 

Però,  non  essendo  più  aizzati  da 
lui,  i  ragazzi  si  contennero  un  po' 
meglio  per  alcune  lezioni.  La  pietra 
dello  scandalo  era   sempre  il  piccolo 


La  maestrina  degli  operai  in 

Maggia.  Una  sera  la  maestra  lo  do- 
vette cacciar  dalla  scuola  pei-chè  aveva 
messa  un'assicella  a  traverso  alla  cor- 
sìa, per  far  inciampare  i  ragazzi  che 
andavano  alla  lavagna,  ed  uno,  in- 
ciampandovi, era  stramazzato  mala- 
mente. I  grandi  seguitavano  a  non 
darle  fastidio,  se  non  in  quanto  s'ir- 
ritavano delle  canzonature  dei  piccoli, 
quando  facevano  grossi  errori  di  let- 
tura o  di  scrittura,  ed  essa  temeva 
che  li  picchiassero  fuori.  Ma  questo 
non  avvenne.  Il  grosso  Maggia  con- 
tinuava a  studiare  con  una  ostina- 
zione mulesca.  I  pastori  si  mostra- 
vano molto  diligenti.  Essa  ebbe  una 
volta  sola  una  breve  discussione  col 
Lamagna  ;  il  quale,  peraltro,  non  le 
mancax'a  mai  di  rispetto  :  voleva  solo 
farle    comprendere    che    non  ricono- 


112  La  maestrina  degli  operai 

sceva  in  lei  alcuna  superiorità  sociale, 
che  la  considerava,  per  esempio,  come 
una  popolana  sua  pari,  che  invece  di 
spacciar  derrate  da  un  banco,  spac- 
ciava cognizioni  da  un  tavolino.  Essa 
fu  molto  maravigliata  di  un'  idea 
espressa  da  lui  in  un  componimento 
sul  lavoro  ricompensato  dalla  co- 
scienza :  a  modo  suo,  egli  aveva  vo- 
luto dire  che  nella  società,  secondo 
giustizia,  chi  ha  più  ingegno  d'un 
altro  non  dovrebbe  per  questo  gua- 
dagnar di  più,  anzi  dovrebbe  di  meno, 
perchè  l'ingegno  agevola  il  lavoro  ed 
è  ricompensa  a  sé  stesso.  La  maestra, 
pure  comprendendo  che  quella  non 
doveva  essere  un'idea  del  suo  capo, 
gli  fece  con  bel  modo  qualche  obie- 
zione, a  cui  egli  rispose  asciutta- 
mente :  —  È  la  mia  maniera  di  pen- 


Ln  iitaesirina  degli  operai  1 1 3 

-are.  —  Ma  non  ci  fu  altro.  E  la 
radazza  credette  incominciato  un  pe- 
riodo di  quiete  durevole. 

Senonchè,  man  mano  che  la  classe 
pigliava  con  lei  familiarità,  essa  no- 
tava, specialmente  nei  grandi,  un  cam- 
biamento. Pareva  che,  a  poco  a  poco, 
sentissero  l'influsso  sessuale  della  sua 
persona,  e  che  questo  s'andasse  co- 
municando dai  pili  giovani  ai  più  at- 
tempati. Cominciava  a  veder  negli 
sguardi  delle  fissità  prolungate,  dei 
bagliori  di  simpatia,  delle  espressioni 
di  rispetto  e  di  sollecitudine,  in  cui 
si  capiva  l'intenzione  di  cattivarsi  la 
sua  benevolenza,  e  anche  dei  lampeg- 
giamenti di  pensieri  amorosi  o  lubrici, 
che  alcuni  si  esprimevano  l'un  l'altro 
nell'orecchio,  sogghignando.  Osservò 
in  alcuni  grandi  il  manifesto  proposito 

De  Amtcis.  15 


114  La  maestrina  degli  operai 

di  entrarle  in  grazia  fingendo  di  pre- 
starle una  profonda  attenzione,  ac- 
consentendo col  capo  alle  sue  parole, 
facendo  i  lavori  con  grande  diligenza; 
parecchi  venivano  a  chiederle  spie- 
gazioni al  tavolino,  senza  sapere  bene 
quello  che  si  volessero  ;  molti ,  che 
l'avevan  guardata  da  principio  con 
tutta  indifferenza,  la  guardavano  ora 
da  capo  a  piedi,  arrestando  l'occhio 
su  tutte  le  parti  della  sua  persona, 
come  per  prenderle  la  misura  d' un 
vestito;  altri,  dei  più  maturi,  assume- 
vano con  lei  un  fare  di  protezione  be- 
nigna, disapprovando  ostentatamente 
i  disturbatori,  ed  ella  vedeva  passare 
come  un  chiarore  sul  loro  viso  a  certe 
inflessioni  dolci  della  sua  voce,  e  in- 
dovinava, più  che  non  vedesse  in  loro, 
qualche  cosa  d'insolito,  un  movimento, 


La  maestrina  degli  operai  1 1 5 

quasi  la  scossa  ermi  pensiero  improv- 
viso, quando  s'avvicinava  al  banco 
per  veder  la  scrittura.  E  tutti  questi 
segni  la  inquietavano  :  titubava  ad 
entrar  nella  corsìa,  doveva  misurare 
i  gesti  e  gli  atteggiamenti,  esitava 
con  una  timidità  di  bambina  a  dare 
una  lode  dovuta,  a  pronunciar  certe 
frasi  che  potevano  presentare  un  dop- 
pio senso,  a  leggere  certi  passi  del 
libro  che  richiedevano  un'intonazione 
di  affetto.  E  non  di  meno,  in  quella 
medesima  espressione  di  pensieri  e  di 
desideri  che  la  turbavano,  vedeva 
come  luccicare  in  molti  delle  qualità 
buone  dell'animo,  certe  delicatezze 
che  non  aveva  mai  immaginate,  quasi 
un  rimescolio  lento  e  confuso  di  sen- 
timenti gentili,  nascosti  abitualmente 
dalla  rozzezza  dei  modi,  dall'uso  del 


ii6  La  maestrina  degli  operai 


linguaggio  grossolano,  da  una  vol- 
garità più  voluta  che  naturale.  I  soli 
incorreggibiU  erano  la  più  parte  dei 
ragazzi,  e  il  Muroni  l'unico  dei  grandi 
che  le  destasse  una  repugnanza  che 
non  poteva  vincere.  Questa  le  fu 
anche  accresciuta  da  un  fatto.  Una 
sera  di  domenica  le  arrivò  fin  nella 
camera  un  suono  di  grida  lontane 
che  uscivano  dall'osteria  della  Gal- 
lina. Corse  alla  finestra  e  vide  folla 
in  fondo  al  viale:  era  una  rissa.  Da 
quella  massa  nera  si  spiccò  un  uomo, 
come  un'ombra,  e  prese  pel  viale  con 
la  rapidità  di  una  freccia  ;  un  altro 
gli  si  lanciò  dietro.  Quando  il  primo 
passò  davanti  alla  scuola,  la  maestra 
sentì  un  grido  acutissimo:  — Aiuto! 
Aiuto!  —  che  le  suonò  nel  più  pro- 
fondo dell'anima:  l'uomo  svoltò  dietro 


Lxi  maestrina  degli  operai  117 


la  chiesa,  e  l'altro,  velocissimo,  sulle 
sue  tracce.  Il  cantoniere,  che  guar- 
dava di  dietro  all'uscio,  riconobbe  ncl- 
rinsecutore  Saltafinestra.  La  ragazza 
rimase  col  sangue  sossopra,  aspet- 
tando la  notizia  d'  un  delitto.  Non 
accadde  nulla  ;  l' inseguito  non  era 
stato  raggiunto.  Ma  quel  grido  di 
aiuto,  in  cui  essa  aveva  sentito  il  ter- 
rore disperato  della  morte ,  le  lasciò 
nell'animo  un  nuovo  e  violento  orrore 
pel  suo  nemico. 


1 1 8  La  maestrina  degli  operai 

XI. 

Le  durava  ancor  vivo  questo  sen- 
timento quando  il  giorno  dopo,  at- 
traversando il  campo  coperto  di  neve 
dietro  alla  scuola,  per  andar  in  paese 
a  far  delle  compere,  mentre  pensava 
appunto  ch'era  impossibile  che  il  Mu- 
roni  la  fermasse  lì  di  pieno  giorno, 
a  pochi  passi  dalle  case,  se  lo  vide 
venir  incontro  dall'angolo  opposto  del 
campo.  Atterrita,  si  guardò  intorno: 
non  vide  che  una  fila  di  bambini  che 
facevan  gli  sdruccioloni  lungo  il  viale, 
a  un  cento  passi  da  lei.  Non  era  più 
in  tempo  a  tornare  indietro  se  non 
correndo;  ma  le  parve  una  viltà  di- 
sonorante. Fu  presa  allora  da  un  co- 
raggio   disperato,    nato    dall'eccelse 


La  maestrina  degli  operai  119 

(Iella  paura,  e  and*")  diritta  verso  di  lui, 
a  passi  inalfc-rnii,  uia  col  capo  alto. 

Dovevano  incontrarsi  sopra  Io  stret- 
to sentiero  tracciato  sulla  neve. 

A  tre  passi  l'un  dall'altro  si  fer- 
marono tutti  e  due.  Egli  si  levò  la 
pipa  di  bocca  e  se  la  mise  in  una  ta- 
sca della  giacchetta,  tenendovi  il  pol- 
lice su,  e  la  guardò  con  un  sorriso 
che  la  fece  fremere.  Pareva  che  cer- 
casse una  frase  per  incominciare. 

La  maestra  ebbe  uno  slancio  d'in- 
dignazione. 

—  Che  cosa  vuole  insomma?  Per- 
chè mi  ferma?  Che  cosa  le  ho  fatto? 

Il  giovane  guardò  rapidamente  in- 
torno al  campo  :  essa  temette  una 
violenza. 

—  Perchè  non  mi  rispetta?  —  gridò 
con  voce  di  pianto,  dando    un  passo 


La  maestrina  degli  operai 


indietro....  —  Perchè  offende  una 
donna  che  non  si  può  vendicare  ?... 
Rispetti  almeno  la  memoria  di  mìo 
padre  !...  Io  sono  figliuola  d' un  sol- 
dato, morto  sul  campo  di  battaglia  ! 

E  in  quel  momento,  sul  suo  viso  con- 
tratto da  un  singhiozzo,  disparve  il  ter- 
rore sotto  l'espressione  dello  sdegno 
altero  e  della  santa  memoria  invocata. 

Il  Muroni  la  guardò  attentamente  ; 
poi  disse  a  bassa  voce,  con  un  tuono 
che  pareva  tranquillissimo  : 

—  Non  voglio  mica  farle  del  male. 
Quella  risposta  le  scemò  la  paura,  e 

le  sue  lagrime  poterono  uscire.  Quegli 
continuava  a  guardarla  come  stupito. 

—  Non  voglio  esser  fermata  !  — 
disse  la  maestra. 

—  Io  non  l'ho  fermata,  —  rispose 
lui,  guardandosi  intorno. 


La  maestrina  degli  operai 


—  Allora  mi  lasci  passare! 

Il  giovane  si  fece  in  là  nella  neve, 
e  mentre  ella  passava,  con  accento 
più  di  lagnanza  che  di  rancore,  disse 
piano,  come  tra  sé:  —  Non  son  mica 
un  assassino. 

Temendo  che  il  silenzio  gli  potesse 
parere  un'ingiuria,  ella  si  voltò,  e 
con  una  voce  che  aveva  ancora  il 
tremito  del  pianto,  e  che  suonò,  a  suo 
malgrado,  quasi  supplichevole:  —  No, 
disse....  —  ma  non  mi  fermi  mai  più  ! 

E  nel  dir  questo  fu  stupita  di  non 
incontrare  il  suo  sguardo ,  che  la 
sfuggì.  Ella  tirò  innanzi  a  passi  lesti, 
e  quando  fu  in  fondo  al  campo,  in- 
volontariamente, si  girò  indietro.  Il 
giovane  voltava  allora  le  spalle.  Non 
s'era  più  mosso  fino  a  quel  punto. 

Db  Amicis,  16 


T22  La  maestrina  degli  operai 

XII. 

Insomma,  tornò  a  casa  spaurita  an- 
cora e  tremante,  ma  quasi  confortata 
dalla  coscienza  d'una  vittoria,  e  più 
dal  pensiero  d'aver  mostrato  un  co- 
raggio, che  non  credeva  d'avere.  Il 
fatto  eh'  egli  avesse  sfuggito  il  suo 
sguardo ,  quando  s' era  voltata ,  le 
parve  sulle  prime  un  segno  di  rav- 
vedimento e  di  vergogna,  che  desse 
a  sperar  bene  per  l'avvenire;  e  si 
ricordò  dei  consigli  del  Garallo,  che 
diceva  che  col  popolo  ci  voleva  ar- 
dimento e  vigore,  e  delle  idee  della 
maestra  Baroffi,  secondo  la  quale  ba- 
stava una  parola  nobile  e  appassio- 
nata ad  aprire  i  cuori  più  duri.  Ma 
rinvenne  ben    presto   da  queste  illu- 


La  maestiitia  degli  operai  ia3 


sioni  ripensando  il  passato  orrendo 
del  giovane,  la  sua  crudeltà  con  la 
madre,  la  sua  cinica  scostuniatczza, 
c|ueirindimenticabile  grido  di  aiuto  di 
quel  disgraziato  che,  essendo  inse- 
guito da  lui,  si  sentiva  alle  calcagna 
la  morte,  e  non  vide  più  nel  suo  con- 
tegno di  poc'anzi  che  il  timore  d'una 
resistenza  vigorosa  di  lei,  che  avrebbe 
dato  luogo  a  uiìa  lotta  e  chiamato 
gente.  E  nondimeno  andò  quella  sera 
a  far  scuola  con  minor  trepidazione 
che  curiosità  di  vedere  in  qual  nuovo 
atteggiamento  egli  se  le  sarebbe  pre- 
sentato. L'atteggiamento  fu  nuovo_,  in- 
fatti ;  ma  non  per  l'appunto  quale  essa 
lo  immaginava.  Egli  non  mostrava  più 
odio,  né  pareva  che  rimuginasse  più 
dei  propositi  tristi  :  mostrava,  come  se 
la  vedesse  per  la  prima  volta  ,  una 


124  -^^  maestrina  degli  operai 

certa  curiosità  attenta,  nella  quale  ap- 
pariva smorzato  il  risentimento  del 
suo  orgoglio  per  la  ripugnanza  ch'ella 
gli  manifestava.  E  s'ella  avesse  potuto 
penetrar  nel  cervello  di  lui,  avrebbe 
scoperto  ch'erano  appunto  la  sua  in- 
dignazione di  poche  ore  prima,  il  suo 
pianto  strozzato,  la  sua  altera  invo- 
cazione della  memoria  paterna,  che 
l'avevano  mutato  in  quel  modo.  Non 
perchè  l'aspetto  e  le  parole  di  lei  gli 
avessero  toccato  il  cuore;  ma  perchè 
eran  stati  per  lui  una  cosa  nuova, 
una  rivelazione  di  sentimenti  e  di 
forze  sconosciute,  eh'  egli  non  aveva 
mai  visto,  né  immaginato  nell'animo 
di  una  donna.  EgH  la  guardava  con 
curiosità  come  una  creatura  al  tutto 
diversa  da  quella  che  s'era  raffigu- 
rata, e  oscura  in  parte  alla  sua  Intel- 


La  Maestrina  degli  operai  laS 


ligcnza  ;  la  guardava  come  se  capisse 
per  la  prima  volta  che  sotto  alle  ra- 
gioni, ch'egli  poteva  spiegarsi ,  della 
sua  avversione  .  per  lui ,  ce  ne  fosse 
una  più  profonda,  più  delicata,  più 
forte,  radicata  più  addentro  nell'a- 
nima, che  non  gli  riusciva  bene  di 
comprendere.  Oltreché  egli  pure,  seb- 
bene più  tardi  degli  altri,  cominciava 
a  sentire  l' influsso  della  presenza, 
ch'era  quasi  una  compagnia,  di  quella 
donna,  tanto  diversa  d'aspetto,  d'a- 
nimo e  di  modi  da  tutte  le  donne 
ch'egli  aveva  conosciuto  fino  allora. 
Signore,  egli  non  ne  aveva  mai  viste 
che  passare  per  la  strada  e  non  gli 
era  anche  occorso  di  esperimentare 
ch'esse  fossero  diverse  dal  concetto 
che  egli  e  i  suoi  pari,  secondo  la  pro- 
pria natura,  se  ne  formavano  :  che  è 


126  La  maestrina  degli  operai 

quanto  dire  di  creature  fra  le  quali 
e  quelle  praticate  da  loro,  non  ci  fosse 
che  la  differenza  del  vestito  e  delle 
maniere  ;  che  se  un'altra  ce  ne  fosse 
stata,  doveva  essere  nelle  prime  un 
più  raffinato  pervertimento,  una,  ben- 
ché nascosta,  più  sfacciata  corruzione 
dell'  anima  e  della  carne ,  prodotta 
dalla  mollezza  e  dalla  facilità  mag- 
giore della  vita.  Ma  questa  che  aveva 
davanti  correggeva  alquanto  le  sue 
idee.  Era  la  prima  signora  eh'  egli 
vedeva  da  vicino  e  a  suo  agio,  tutte 
le  sere  ;  la  prima  che  gU  discorresse 
sovente  e  che,  in  un  certo  senso,  si 
curasse  di  lui  ;  la  prima  di  cui  egli 
sentiva,  per  dir  così,  il  soffio  e  il  ca- 
lore, e  di  cui  poteva  notare  a  suo 
agio,  come  in  casa  sua,  per  due  lun- 
ghe   ore    tutti  i  giorni,   ogni    gcstO; 


La  maestrino  deqlt  operai  127 

Ogni  moto  del  viso,  ogni  inflessione 
di  voce.  Egli  cominciò  a  notar  tutto 
questo,  non  appena  l'orgoglio  quetato 
gli  lasciò  un  po'  libera  la  facoltà  del- 
l'osservazione, e  tutto  questo  gli  riu- 
sciva singolare  e  gli  cominciava  a  far 
pensare  che  tutta  quella  gentilezza 
non  fosse  soltanto  vernice  o  artifizio 
d'educazione,  come  prima  credeva. 
Era  veramente  una  creatura  d' una 
nuova  specie  per  lui.  Nonostante  il 
suo  orgoglio  selvaggio,  nato,  come 
quello  dei  pochi  compagni  della  sua 
tempra,  da  una  prepotente  e  indeter- 
minata ambizione,  e  da  una  coscienza 
confusa  di  facoltcà  non  comuni,  soffo- 
cate dalla  povertà  e  dall'ignoranza, 
egli  principiava  a  riconoscere  vaga- 
mente in  lei  qualche  cosa  di  supe- 
riore   a   se,   che    lo    umiliava    senza 


128  La  maestriua  degli  operai 

inasprirlo.  Egli  prese  a  seguitare  at- 
tentamente, con  r  occhio  e  col  pen- 
siero, tutti  gli  atti  di  lei,  e  le  espres- 
sioni del  viso,  e  gli  accenti,  quasi 
cercando  il  perchè  dell'effetto  che 
gli  facevano,  come  si  cerca  ciò  che 
vuol  dire  una  musica.  E  gli  accadeva 
spesso  di  ribellarsi  a  quell'effetto  con 
lo  scherno,  ritornando  al  sospetto 
abituale  d'un' arte  finissima  di  civet- 
teria ;  ma  non  si  poteva  arrestar  più 
a  lungo  in  questo  sospetto.  Provava 
anche  a  ribellarsi  a  sé  medesimo,  su- 
scitandosi nella  mente  delle  immagini 
oscene,  mettendo  l'immagine  di  lei  in 
luoghi  e  scene  vive  nella  sua  memo- 
ria, fra  le  quali  essa  le  apparisse  come 
trasformata  e  tinta  del  loro  sozzo  co- 
lore, cercando  con  la  fantasia  quanto 
ci  potesse  essere  in  lei  di  meno  lon- 


L'I   inacstrtiia  drc^li  operai  129 

tano  dalla  natura  propria,  i  pensieri 
più  occulti,  delle  debolezze,  delle  aber- 
razioni, delle  vergogne.  Ma  per  quanto 
facesse,  la  sua  lìgura  finiva  sempre 
con  sollevarsi  dall'ombra  e  dalla  mota 
in  cui  si  sforzava  di  immergerla  e  gli 
si  riprescntava  sempre  così,  come  ap- 
pariva dietro  a  quel  tavolino,  con 
quella  fronte  bianca,  con  quella  gra- 
zia fanciullesca,  con  quella  timidità 
dignitosa ,  con  quel  non  so  che  di 
strano  e  soggiogante,  di  cui  non  po- 
teva comprendere  la  vera  essenza,  e 
insieme  gli  piaceva  e  lo  stizziva,  lo  ma- 
ravigliava, Io  avviliva,  lo  ammansava, 
gli  faceva,  all'uscita,  sputar  delle  be- 
stemmie più  grosse  e  delle. oscenità  più 
brutali,  come  per  rieccitare  la  forza 
della  sua  natura  contro  l'ammollimen- 
to che  si  sentiva  entrare  nel  sangue. 

De  Amicis.  17 


i3o  La  lììncstriìta  degli  operai 

Quest'effetto  fu  lento,  e  la  maestra 
non  se  n'accorse  da  prima,  anche 
perchè  pareva  che  di  tanto  in  tanto 
egli  mirasse  a  tener  viva  tra  la  sco- 
laresca la  sua  reputazione  di  rompi- 
collo senza  riguardi  e  senza  paure 
con  qualche  bravata  che  desse  scan- 
dalo o  suscitasse  baccano.  Ma  faceva 
questo  in  una  nuova  maniera,  più 
per  chiamar  l'attenzione  sopra  di  sé, 
che  per  recar  offesa  alla  maestra  ;  la 
quale,  trapelando  il  suo  pensiero,  non 
si  adontava  di  quegli  atti  come  per 
r  addietro.  A  capo  di  pochi  giorni, 
peraltro,  notò  in  lui  altre  novità  :  una 
certa  diligenza  calligrafica  nei  lavori 
di  casa,  un  leggero  mutamento  d' in- 
tonazione nella  lettura,  come  s'egli 
si  sforzasse  di  vincere  la  sua  rauce- 


Lii   iiiac strimi  dci^li  operai  i3i 


dine  e  di  modular  meglio  la  voce,  e 
un  modo  d'ascoltare  e  d'accettare  le 
sue  correzioni  che  non  era  più  quello 
di  prima  ;  oltreché  cercava  quasi  di 
prolungarle ,  con  obbiezioni  e  do- 
mande monosillabiche,  come  avrebbe 
fatto  d'una  conversazione  gradita.  Una 
sera,  essendo  caduta  alla  maestra  la 
penna,  che  rotolò  fino  a  pie  del  primo 
banco,  egli  passò  di  sotto  con  un 
movimento  rapidissimo,  la  raccolse  e 
glie  la  porse  ;  e  questo  destò  nella 
classe  un  mormorio  di  stupore.  Le 
rese  un  altro  servigio  anche  più  cor- 
tese. Si  affacciavano  qualche  volta 
alla  buca  del  calorifero  dei  topi  enor- 
mi, che  venivano  dalla  vicina  conce- 
rìa, passando  per  i  condotti  d'acqua; 
e  la  scolaresca,  senza  che  si  movesse 
nessuno  a  cacciarli,  si  divertiva  degli 


t32  La  maestrina  degli  operai 

atti  di  ribrezzo  che  faceva  la  maestra 
a  sentirli  strepitare  contro  la  reticella 
di  ferro.  Una  sera,  essendo  i  topi  ri- 
comparsi, e  mostrando  la  maestra  il 
ribrezzo 'solito  in  mèzzo  alle  risate 
dei  ragazzi,  egli  guizzò  di  sotto  il 
banco  e  andò  a  dare  un  calcio  nella 
reticella;  dopo  di  che,  per  masche- 
rare la  cortesia  dell'atto,  tornò  al 
suo  posto  lanciando  alla  classe  una 
facezia  in  gergaccio ,  che  provocò 
nuove  risa.  Ciò  non  di  meno,  anche 
quell'atto  fu  notato  e,  messo  insieme 
con  gli  altri  indizi,  cominciò  a  destare 
un  certo  sospetto  negli  scolari  più 
astuti.  Uno  dei  primi  a  darne  segno 
fu  il  piccolo  Maggia.  Egli  prese  a  vi- 
gilare la  maestra  e  il  giovane,  cor- 
rendo continuamente  coi  suoi  occhi 
di  faina,    con   una  rapidità  fulminea, 


Im   tìiacyiiriHa  dc^li  operai  r33 

dall' uno  all'altra,  tossendo  Icgger- 
mcntL*  quando  essa  interrogava  lui, 
dando  del  gomito  al  vicino  e  ammic- 
cando agli  altri  quando  gli  pareva 
che  il  Muroni  stesse  in  troppa  attenta 
contemplazione  della  signorina:  con 
le  debite  cautele,  però,  perche  cono- 
sceva r  amico,  e  non  c'era  da  scher- 
zare. Ma  la  Varetti  se  n'  accorse,  e 
sebbene,  per  istinto,  ora  che  Io  ve- 
deva mutato,  fosse  disposta  a  guar- 
dare il  giovane  con  minor  diffidenza 
e  a  interrogarlo  più  spesso,  pure  fa- 
ceva l'una  e  l'altra  cosa  il  più  rara- 
mente possibile,  intimidita,  tormentata 
dalla  continua  vigilanza  di  quei  due 
occhi  sorridenti  e  maligni  del  ragazzo, 
che  le  frugavan  nell'  anima.  Ma,  in- 
somma, dal  peggior  tormento  era  li- 
berata e  viveva  più  tranquilla. 


i34  La  maestrina  degli  operai 


XIII. 


Viveva  più  tranquilla  perchè,  non 
conoscendo  l' indole  dei  giovani  di 
quella  classe  e  di  quella  fibra,  pen- 
sava che  il  suo  mutamento  si  sarebbe 
arrestato  lì.  Ma  quando  egli  s'accorse 
che,  cessando  in  lei,  per  effetto  del 
suo  nuovo  contegno,  la  paura  e  la 
ripugnanza  antica,  non  vi  sottentrava 
già  la  simpatia,  ma  una  indifferenza 
eguale  a  quella  che  essa  mostrava 
per  gli  altri,  allora  fu  come  colpito 
da  una  delusione,  che  lo  accese  me- 
glio. Nell'avversione  paurosa  ch'ella 
aveva  prima  per  lui,  egli  trovava  al- 
meno una  certa  soddisfazione  d'amor 


La  maestrina  degli  operai  i35 


proprio,  poiché  .i^li  pareva  un  cfrctto 
della  sua  trista  celehritfi ,  della  sua 
reputazione  d' uomo  capace  di  ogni 
audacia;  allora,  se  non  altro,  non 
andava  confuso  con  gli  altri;  aveva, 
anche  nella  scuola,  davanti  ad  essa, 
la  supremazia  di  cui  si  gloriava  di 
fuori  ;  infine,  godeva  di  produrre  in 
lei  una  impressione  forte,  qualunque 
fosse.  Ora ,  cessato  quel  suo  potere, 
egli  si  trovava  come  disarmato,  sen- 
z'alcun  mezzo  di  attirare  la  sua  at- 
tenzione e  di  toccarle  l'animo,  e  nella 
sua  crescente  simpatia,  sentiva  più 
rabbiosamente  la  diversità  di  condi- 
zione sociale,  l'inferiorità  della  cul- 
tura, la  differenza  d'educazione,  di 
maniere,  d'ogni  cosa,  che  gli  toglie- 
vano di  sperare  una  corrispondenza. 
E  così  si  veniva  insinuando  in  lui,  a 


i36  La   macstrina  degli  operai 

poco  a  poco,  un  nuovo  e  più  acre 
fastidio  del  suo  stato,  una  nuova  e 
confusa  ambizione,  volta*  a  tutt' altre 
mire  che  a  quelle  di  prima,  quando 
cercava  la  gloria  nelle  birbonate,  nella 
prepotenza,  nelle  vittorie  delle  risse. 
Ma  l'ambizione  nuova  non  avendo 
sfogo  possibile,  divampava  in  lui  come 
una  fiamma  chiusa,  raddoppiando  l'ar- 
dore dell'altra  passione.  Nondimeno, 
per  istinto,  cercava  d'avvicinarsi  a 
lei  in  qualche  maniera,  quasi  senza 
pensarvi.  Un  occhio  attento  avrebbe 
osservato  in  lui,  da  un  giorno  all'al- 
tro, il  ciuffo  rimosso  dalla  fronte,  la 
faccia  e  le  mani  più  pulite,  una  net- 
tezza più  accurata  dei  panni,  qualche 
cosa  nei  suoi  atteggiamenti  in  scuola, 
e  perfino  certe  singolarità  in  mezzo 
alle  grosse  scorrezioni  dei  suoi  lavori, 


Ln   macstrina  degli   operai  187 

rhc  annunziavano  un'  intenzione  di 
raffinamento  della  persona  e  della 
mente,  v.  quasi  rimitazione  d'un  mo- 
dello ideale.  Di  tutto  questo  non  s'av- 
vide la  maestra  quanto  d'un  cambia- 
mento nel  suo  mod(ì  di  guardarla, 
per  il  quale  essa  avrebbe  quasi  so- 
spettato in  lui  dei  sentimenti  opposti 
a  quelli  che  l' animavano.  Era  una 
guardatura  accigliata,  insistente,  ma 
più  rivolta  a  tutta  la  sua  persona, 
che  ai  suoi  occhi,  ch'egli  pareva  sfug- 
gire ;  un'attenzione  dissimulata,  ma 
fissa  e  indagatrice,  che  si  appuntava 
anche  sul  più  piccolo  dei  suoi  movi- 
menti, come  se  ciascuno  avesse  avuto 
per  lui  il  significato  d'una  parola 
scritta,  non  bene  intelligibile,  di  qual- 
che lingua  straniera  ;  una  visibile  me- 
ditazione di  tutte  le  frasi,  ch'ella  di- 

1)E  Amicis.  LS 


r38  La  macstrina  degli  operai 

cesse,  che  uscissero  per  poco  dal  giro 
del  consueto  linguaggio  didattico , 
come  se  fossero  altrettanti  spiragli, 
per  cui  egli  le  potesse  penetrar  col 
pensiero  nell'animo,  e  guardar  che 
cosa  vi  fosse  di  nuovo  e  di  strano, 
che  mandasse  fuori  quei  suoni,  ch'ei 
non  aveva  mai  intesi.  Ma  non  cre- 
scevan  punto  da  parte  sua  le  mani- 
festazioni della  cortesia  e  del  rispetto  : 
era  ancora  tanto  calmo  da  badare  a 
non  farsi  scorgere  apertamente.  Al- 
l'uscita e  all'entrata,  però,  nei  mo- 
menti in  cui  egli  credeva  di  poterla 
guardare  senz'esser  visto,  la  maestra 
incontrava  il  suo  sguardo  acuto,  scin- 
tillante, non  più  audace,  ma  severo, 
inquieto,  avido,  scontento,  velato  da 
un'ombra  di  vergogna;  la  quale  non 
era  la  vergogna  delle  insolenze  pas- 


La   ttuiestrina  dv^li  of^erai  i  89 

satc,  ma  della  passione  nascente.  Ma 
la  maestra  crctleva  la  [)iima  C(jsa, 
e  non  sospettando  altro  ,  si  rassi- 
curava. 


XIV. 

Eran  le  cose  a  questo  punto  quando 
una  mattina,  mentre  passeggiava  al 
-.ole  nel  cortile,  durante  la  ricreazione 
dei  suoi  bambini,  la  Varetti  vide  af- 
facciarsi all'  uscio  la  madre  del  Mu- 
roni,  che  cercava  di  lei.  Essa  fece 
un  atto  di  rincrescimento  come  se  la 
soverchia  famigliari  tea  di  quella  donna 
mettesse  qualche  cosa  di  comune  fra 
lei  e  il  suo  figliuolo.  La  povera  vec- 
chia venne  innanzi  ctjn  le  mani  sotto 
il  L-rcnibiule,    <;irandu    in    atto  iruar- 


140  La  maestrina  degli  operai 

dingo  i  suoi  dolci  occhi  di  vittima,  in 
cui  pareva  che  fossero  congelate  due 
lagrime,  s'avvicinò  alla  signorina  con 
un  sorriso,  come  se  fosse  già  avviata 
fra  loro  una  buona  amicizia,  e  le  disse 
a  bassa  voce,  in  aria  di  mistero,  con 
accento  di  timida  soddisfazione  :  — 
Va  meglio,  sa.  Va  un  poco  meglio 
da  un  po'  di  tempo.  Pare  che  si  sia 
quetato  un  po'.  Non  mi  tratta  più 
male,  non  va  più  alla  Gallina.  Mi  par 
di  sognare,  in  verità.  La  sera  sta  al 
lavoro.  Io  ringrazio  il  buon  Dio  giorno 
e  notte  ! 

E  guardò  con  sospetto  verso  l'uscio. 
Essa  attribuiva  quel  mutamento  alla 
scuola,  e  veniva  appunto  per  ringra- 
ziar la  maestra,  e  anche  per  farle 
una  preghiera. 

—  Sarebbe,  —  le  disse,  —  mi  per- 


La  maestrina  degli  operai  141 


doni  tanto  la  libertà,  sii^iiorina  ;  ma 
sarebbe  di  approfittare  del  buon  mo- 
mento ,  che  par  disposto  cosi  bene, 
per  tentare  quello  che  le  ho  detto  il 
primo  giorno,  di  fargli  entrare  in 
cuore  un  po' di  religione,  che  si  de- 
cidesse una  buona  volta  a  fare  i  suoi 
doveri,  ciie  son  dieci  anni  che  non  si 
avvicina  ai  Sacramenti,  Dio  di  mise- 
ricordia, dieci  anni,  lei  m'intende! 
E  dire  clie  gli  devo  dare  di  tanto  in 
tanto  i  miei  ultimi  soldi,  per  fargli 
recitare  un  pater  e  un  ave,  che  non 
vada  a  letto  come  un  cane,  e  ho  an- 
cora nell'idea  che  dica  tutt'altre  cose 
dal  modo  che  fa  con  la  bocca  !  Se 
lei  volesse  far  quest'opera  di  carità, 
signora  maestra,  già  che  gl'insegna 
tante  altre  belle  cose,  di  fargli  ben 
capire    che    la  prima    cosa  è    di    sai- 


142  La  maestrina  degli  operai 

var  l'anima,  e  che  io  avessi  questa 
consolazione,  prima  di  chiuder  gli 
occhi,  di  vederlo  riconciHato  col  Si- 
gnore !  Perchè  se  non  si  prende  que- 
sto momento,  creda,  un  altro  così  non 
ritorna  più  ;  io  non  l'ho  visto  mai  così 
buono,  dopo  che  il  buon  Dio  me  l'ha 
mandato,  in  fede  dell'anima  màa  ! 

La  maestra  guardò  da  un'  altra 
parte  per  non  mostrare  la  soddisfa- 
zione d'amor  proprio  che  le  davan  le 
ultime  parole.  E  rispose  che  avrebbe 
fatto  quello  che  poteva,  ma  che  po- 
teva fare  ben  poco. 

- —  In  ogni  modo,  —  disse  la  donna, 
dando  un'altra  occhiata  all'uscio  soc- 
chiuso, —  bisogna  dire  che  è  una 
gran  benedizione  la  scuola,  se  fa  del 
bene  anche  al  mio  figliuolo.  Perchè 
è  la  scuola,  non  c'è  che  dire.. 


Ln   iiiacsfriiin   rifinii  operai  [48 


Qui,  come  colta  da  un'idea  nuova, 
stette  un  po'  pensierosa ,  t^uardando 
a  terra;  poi  disse  piano,  rialzandi»  l;1ì 
occhi  :  —  Salvo  il  caso.... 

La  maestra  la  guardò. 

—  Salvo  il  caso,  —  continuò  la 
donna,  guardando  a  terra  da  caj^o, 
—  che  sia  qualche  siiìipatia  di  ^cn- 
tiììicnto....  come  Tanno  scorso,  per  la 
macellarina. 

La  maestra  ebbe  un  sospetto,  ma 
istantaneo  :  si  vedeva  che  il  pensiero 
della  madre  era  a  mille  miglia  da  lei. 

—  Eppure,  —  soggiunse  questa, 
riilettendo,  —  per  quanto  io  aljbia 
cercato  e  domandato,  non  mi  son  po- 
tuta accorger  di  nessuna. 

Poi  tornò  tutt'a  un  tratto  alla  re- 
ligione. La  maestra  le  domandò  per- 
chè non  ricorresse  al  parroco.  Signore 


144  ^'^  Maestrina  degli  operai 

Iddio  benedetto,  quel  buon  vecchino, 
alto  così,  tanto  alla  mano  con  tutti, 
era  un  sant'uomo  ;  ma  non  se  ne  vo- 
leva immischiare.  Ella  sospettava  che 
avesse  un  po'  di  "  suggezione  „  del 
suo  figliuolo.  E  quella  "  suggezione  „ 
che  voleva  dir  paura,  era  una  parola 
di  ripiego,  in  cui  l'amor  materno  met- 
teva pure  un'ombra  di  vanità.  Ed  era 
lo  stesso  degli  altri:  il  cavalier  Sanis, 
padrone  della  fabbrica,  il  dottore,  che 
gli  avrebbero  potuto  far  delle  ammo- 
nizioni e  dar  dei  consigli,  tutti  quanti 
pareva  che  ne  avessero  un  po'  dì 
"  suggezione  „  ;  scherzavano  perfin 
con  lui ,  incontrandolo  ;  nessuno  lo 
voleva  urtare.  —  In  fine,  —  disse, 
—  Nostro  Signore  mi  continuerà  ad 
aiutare,  poiché  ha  cominciato. 

E  andandosene,  mentre  ringraziava 


La  mnestn'iia  dn^fi  ofnrai  i .\5 

la  maestra  con  una  espressione  umile 
e  aiTettuosa  d'ammirazione,  il  suo 
sguardo  s'arrestò  e  s'avvivò  un  mo- 
mento sopra  di  lei,  come  al  sorgere 
d'un  pensiero....  Ma  il  pensiero  passò. 
—  Vado  a  pregar  per  lei,  signo- 
rina, —  le  disse  di  sull'uscio,  e  vol- 
tandole la  sua  povera  schiena  corta 
e  incurvata  di  vecchia  martire,  s'av- 
viò verso  la  chiesa. 


De  Amicis. 


T46  La   maestrina  degli  operai 


XV. 

Insomma ,  è  domato  !  —  disse  in 
cuor  suo  la  maestra.  Non  aveva  più 
da  temere  ne  insulti  né  violenze, 
poteva  girar  tranquillamente  per  il 
paese,  era  libera,  era  contenta,  ed 
anche  un  poco  altera  dell'opera  sua. 
E  con  questi  pensieri  non  titubò  un 
momento  a  uscir  di  casa  sola  il  giorno 
dopo,  suir  imbrunire,  quando  venne 
un  ragazzo  con  le  chiavi  del  quar- 
tierino  della  maestra  Latti  e  con  un 
biglietto,  scritto  a  matita,  col  quale 
la  sua  amica  la  pregava  di  prender 
nella  camera  certi  medicinali  e  di 
portarglieli  in  paese,  in  casa  del  for- 
naio, dove  s'era  ricoverata,  essendole 


La  maestrina  degli  operai  14*7 


preso  male  per  la  strada.  Klla  si  iìccò 
ili  tasca  le  boccette,  si  mise  il  cap- 
pellino e  il  mantello,  e  se  n'andò  a 
passi  lesti,  sotto  una  neve  che  veniva 
giù  a  larghe  falde,  e  aveva  già  im- 
biancato ogni  cosa.  Trovò  la  maestra 
Latti  distesa  sopra  un  sofà,  assistita 
dalla  moglie  del  fornaio  e  dalle  sue 
ligliuole,  che  sorridevano  a  fior  di 
labbra. 

—  Ah  Enrica  !  —  esclamò  quella, 
tendendole  languidamente  la  mano. 
—  Ti  vedo  ancora  ! 

Il  suo  viso,  però,  non  giustificava 
la  tristezza  mortale  di  quel  saluto. 
iVvendo  mal  di  capo,  ed  essendo  sci- 
volata per  la  strada  per  aver  messo 
un  piede  in  fallo,  essa  credeva  d'esser 
caduta  per  una  portata  di  sangue  al 
cervello,    con   la  quale    le  si    fossero 


T48  La  maestrina  degli  operai 

scatenati  addosso,  cogliendo  l'occa- 
sione, tutti  gli  altri  suoi  mali.  Tra- 
sportata su,  s'era  indispettita  col  me- 
dico —  un  grosso  biondo  burlone  — 
che,  per  tutta  cura,  le  aveva  consi- 
gliata r  aria  di  Massaua ,  e  poi  era 
ricaduta  in  un  grande  abbattimento.... 
—  Va,  —  disse  con  voce  fioca  alla 
Varetti,  dopo  aver  inghiottito  in  furia 
le  medicine,  —  non  ho  più  bisogno 
di  te.  Questa  buona  gente  mi  porterà 
a  casa  più  tardi...  viva  o  morta. 

Quando  la  Varetti,  nascondendo  un 
sorriso,  s'accomiatò  da  lei,  era  quasi 
notte.  Continuava  a  nevicare.  Sul  viale 
c'era  già  un  palmo  di  neve.  Ella  in- 
dugiò un  momento  prima  d'entrarvi, 
poi  affrettò  il  passo.  I  due  lampioni 
del  gas,  velati  dalla  nevicata,  rompe- 
vano appena  l'oscurità  con  due  dischi 


La  maestrina  degli  operai  149 

di  luce  pallida;  lo  strepito  delle  mac- 
chine degli  opifici  vicini  arrivava  là  af- 
fiochito, come  se  uscisse  di  sotterra,  e 
il  suon  dell'incudine  del  fabbro  ferraio, 
eh'  era  all'  entrata  del  paese,  pareva 
che  venisse  da  una  gran  lontananza. 

Arrivata  a  un  terzo  del  viale,  parve 
alle  maestra  di  veder  muovere  un'om- 
bra dietro  a  un  albero  ;  si  soffermò, 
col  respiro  oppresso  ;  poi  si  fece  animo 
e  prese  la  corsa. 

A  due  passi  dall'albero  le  si  parò 
davanti  il  Muroni. 

Ella  stava  per  gittare  un  grido,  ma 
lo  rattenne,  vedendo  ch'egli  si  levava 
il  cappello. 

—  Ancora  lei  !  —  esclamò,  sdegnata. 
—  Cosa  vuole?...  Mi  lasci  passare. 

Quegli  rispose  con  la  sua  voce 
rauca,  ma  in  tuono  rispettoso  : 


i5o  La  maestrina  degli  operai 

—  C'è  la  neve,  io  le  faccio  la  stra- 
da.... se  permette. 

—  Non  voglio  !  —  rispose  la  mae- 
stra. —  Si  faccia  in  là,  o  grido  aiuto. 

—  Perchè?  —  domandò  lui,  a  voce 
bassa.  —  Mi  crede  proprio....  Crede 
che  non  abbia  anch'io  un  po'  di  cuo- 
re?... Non  ha  mica  da  lamentarsi  di 
me,  da  un  po'  di  giorni. 

E  senza  darle  tempo  a  rispondere, 
saltò  a  cinque  passi  davanti  a  lei,  e 
si  mise  in  cammino  verso  la  scuola, 
col  corpo  chino,  strisciando  rapida- 
mente i  piedi  l'uno  stretto  all'altro, 
per  aprirle  un  sentiero  in  mezzo  alla 
neve. 

La  maestra,  rassicurata  un  po',  gli 
tenne  dietro  per  un  tratto,  senza  per- 
derlo d'occhio;  ma  poi,  ripresa  da 
una  paura    improvvisa,   slanciandosi 


L(t  ìune^trììia  det^ìi  operai  1 5  r 


avanti  per  fuggire,  in  un  momento 
ch'egli  rallentava  il  passo,  l'urtò  col 
ginocchio.  Quegli  perdette  i  lumi,  e 
mettendo  un  ah  !  sofìbcato,  voltatosi 
bruscamente,  l'afTerrò  a  due  mani  per 
la  vita  e  cercò  il  suo  viso  con  la 
bocca. 

La  maestra  si  dibattè  furiosamente 
sotto  il  suo  alito  acceso,  che  sentiva 
l'acquavite  e  la  pipa. 

—  Mi  dia  un  bacio,  —  disse  lui, 
con  voce  arrantolata,  —  un  bacio  e 
la  lascio  andare....  un  bacio  e  la  lascio 
andare.... 

Dicendo  questo,  furioso,  le  levò  le 
mani  dalla  vita  per  afferrarle  il  capo  • 
essa  gli  sfuggi  dalle  braccia  con  un 
guizzo  e  si  diede  a  correre  dispera- 
tamente verso  la  scuola  gridando  : 
—  Aiuto!    Aiuto!    —  ma    con    voce 


rSa  La   tnacstrina  degli  operai 

COSÌ  fioca,  che  nessuno  l'avrebbe  in- 
tesa. Egli  la  inseguì,  anelando,  pro- 
nunciando parole  incomprensibili,  con 
voce  sibilante.  Nel  terrore  che  la  le- 
vava di  senno,  le  parve  di  sentir 
dire  :  —  Ca  sciìsa  !  ca  scusa  !  —  (Mi 
scusi,  mi  scusi).  Poi  non  udì  più  nulla, 
nemmeno  il  suo  passo. 

Arrivò  trafelata  alla  scuola,  entrò 
barcollando  nel  corridoio,  e  incon- 
trando la  bidella  col  lume,  si  lasciò 
andare  con  la  spalla  al  muro,  smorta, 
quasi  svenuta. 

—  Cosa  c'è?  —  domandò  la  donna, 
spaventata. 

—  Un  ladro  !  —  rispose  lei. 

Il  cantoniere  accorse.  —  Un  ladro? 
un  ladro?  —  E,  afferrato  un  randello, 
si  slanciò  fuori,  attraversò  il  cortile.*., 
e  sprangò  1'  uscio. 


La  inaesirina  degli  operai  i53 


XVI. 

La  povera  maestra  passò  la  notte 
con  la  febbre,  cercando  quale  fosse 
la  miglior  via  per  ricorrere  alla  giu- 
stizia, poiché  vedeva  oramai  la  cosa 
necessaria:  se  riferire  il  fatto  al  mae- 
stro Garallo,  come  direttore,  perchè 
scacciasse  il  Muroni  dalla  scuola  e  lo 
denunciasse  ai  carabinieri,  o  andar 
senz'altro  dal  cavalier  Sanis,  ch'era 
il  personaggio  più  autorevole  del  sob- 
borgo ,  perchè  provvedesse  lui  nel 
modo  che  avrebbe  stimato  più  op- 
portuno. A  fare  un  passo,  comunque 
fosse,  era  risoluta,  non  reggendole 
l'animo  all'idea  che  le  potesse  toccare 
un'altra  volta  un  affronto  e  uno  spa- 
vento come  quelli  che  aveva  avuti,  e 

De  A.micis.  20 


i54  La  maestrina  degli  operai 


al  cui  pensiero  tremava  ancora.  Si 
levò  la  mattina  dopo,  decisa  d'andar 
dal  soprintendente,  dopo  averne  av- 
vertito, per  dovere  di  delicatezza,  il 
maestro.  Era  domenica  :  essa  contava 
d'andar  prima  alla  messa  e  poi  alla 
fabbrica  del  cavalier  Sanis. 

Ma  mentre  stava  terminando  di  ve- 
stirsi ,  eccoti  lì  la  maestra  Mazzara, 
ansante  e  affaccendata,  come  sempre, 
col  sorriso  sulla  bocca  e  un  pacco  di 
carte  fra  le  mani.  Era  già  stata  dalla 
Baroffi  a  chiedere  un  articolo  per  una 
Strenna  che  volevan  pubblicare  varie 
maestre  a  benefizio  d'una  loro  col- 
lega, vedova  d'una  guardia  daziaria. 
Non  poteva  trattenersi  che  pochi  mi- 
nuti. Aveva  da  galoppare  tutto  il 
giorno  a  Torino  per  preparare  una 
recita  di  dilettanti   al   teatro   Scribe, 


La  ìiiaestriìta  degli  operai 


per  la  fondazione  d'un  asili^  infantile 
alla  Crocetta  ;  doveva  fare  una  visita 
alla  scuola  d'Orticoltura  in  via  Ga- 
ribaldi, dove  una  sua  compagna  in- 
segnava a  scrivere  a  quaranta  giar- 
dinieri ;  voleva  andare  ancora  all'isti- 
tuto del  Buon  Pastore  a  vedere  che 
cosa  ci  fosse  di  vero  in  una  voce 
messa  in  giro  da  un  giornale,  che 
le  maestre  monache  facessero  appa- 
rire il  diavolo  di  notte  per  spaventare 
le  ragazze  riottose.  Quand'ebbe  detto 
tutto  questo,  riprese  fiato;  poi  doman- 
dò notizie  della  scuola  serale  all'amica, 
e  si  mostrò  addolorata  di  vederla  tri- 
ste. —  Cos'iiai  ?  Che  c'è  stato?  Per- 
chè sei  pallida?  Che  t'hanno  fatto? 
Veramente,  essa  non  pareva  alla 
Varetti  la  confidente  più  opportuna 
per  le  cose  che  le  aveva  da  dire  ;  ma, 


i56  La  ìiiaestrina  degli  operai 

non  avendone    altra,    raccontò  tutto 
a  ieì,  fino  alla  scena  della  sera  avanti. 

—  Ma  dunque  l'hai  innamorato  !  — 
esclamò  quella  con  grande  vivacità. 
—  ....  Per  questo  non  s'è  più  veduto 
alle  scuole  festive  ! 

E  stette  un  po'  pensando,  come  per 
gustare  quello  che  vi  era  di  roman- 
zesco neir  avventura.  —  E  cos'  hai 
decìso  di  fare?  —  domandò  poi. 

La  Varetti  le  disse  risolutamente 
la  sua  intenzione. 

L'amica  rimase  assorta  qualche  mo- 
mento. Poi  rispose  con  gravità,  ten- 
tennando il  capo:  —  Io  non  ti  darei 
questo  consigho.  —  E  richiesta  del- 
perchè,  spiegò  il  suo  pensiero. 

—  Perchè  tu  non  conosci  l'animo 
di  quella  gente.  Tu  provocherai  una 
vendetta. 


La  maestri tta  dii^ìi  operai  157 

—  Ma  che  vendetta  vuoi  ch'io  pro- 
vochi? —  doinantln  la  Varetti,  scrol- 
lando una  spalla.  —  Che  cosa  mi 
può  far  di  peggio  di  quello  che  ha 
fatto  ?...  Amniazzarnii  ? 

—  Eh,  a  te  non  farà  nulla,  —  ri- 
spose l'altra,  —  si  capisce.  Ma  se  non 
si  vendicherei  su  di  te,  si  vendicherà 
su  quelli  che  lo  puniranno,  di  questo 
puoi  star  sicura ,  come  se  fosse  già 
fatto.  No,  non  ti  metter  sulla  coscienza 
questo  rimorso. 

—  Ma  dunque,  —  esclamò  la  Va- 
retti  con  risentimento,  —  io  devo  in- 
goiarmi l'affronto  e  starne  ad  aspet- 
tare detrli  altri  ? 


&' 


L'amica  tacque  un  mezzo  minuto. 
—  Ma ,  insomma ,  —  disse ,  —  non 
t'ha  neppure  baciata  ! 

La  Varetti  fece   un    atto  di  mara- 


i58  La   ìuaestìinn  degli  operai 

viglia  e  di  sdegno.  Ma  quella  non  la 
lasciò  parlare.  —  Capisco,  l'affronto 
c'è  stato  egualmente.  Però....  dici  che 
t'ha  chiesto  scusa....  Infine,  devi  an- 
che considerare  che  uomo  è,  od  era, 
piuttosto.  E  già  una  bella  vittoria 
d'averlo  ridotto  a  quel  modo,  d'aver- 
gli ispirato  un  sentimento....  Che  t'ho 
da  dire?  Nei  tuoi  piedi,  io  starei  an- 
cora a  vedere.  Vorrei  compir  l'opera, 
finire  di  convertirlo....  E  un  caso  raro, 
davvero.  —  E  dopo  aver  fissato  un 
po'  la  sua  amica  :  —  Ah  !  la  mia  po- 
vera Enrichetta,  —  le  disse  sorridendo 
e  pigliandole  il  mento  con  due  dita, 
—  con  quel  visetto  di  principessina  ! 

La  Varettì  si  asciugò  due  lacrime. 

—  Segui  il  mio  consiglio,  —  riprese 
l'altra,  —  perdona  ancora  una  volta. 
Io  son    certa    che    non    accadrà    più 


La   nuiestìiiKi   disili  o/nitii  i  .'9 

nulla.  Tu  non  conosci  questi  giovani 
(l('l  i)i)pol<).  liasta  n^n^  iri-itarli  o  av- 
•  ilirli,  se  ne  fa  quello  che  si  vuole, 
inche  dei  p'.'_^giori.  (jiicllo  li,  vedrai, 
liventerà  un  agnello!  T'ha  fatto  la 
-trada  coi  piedi,  te  la  farà  coi  gi- 
nocchi. 

La  Varetti  rimase  perplessa. 

—  Ah!  il  popolo!  —  continuò  Fa- 
luica.  —  Credi,   il    popolo  è  mal  co- 

losciuto.  Per  questo  non  è  amato. 
K  se  par  malvagio  qualclie  volta,  è 
appunto  perchè  non  è  amato.  Basta. 
Ti  verrò  presto  a  rivedere.  Son  cu- 
riosa di  sapere  come  andrei  a  finir '. 
Cos'hai  deciso  ? 

—  Non    so,  —  rispose   la  \'ar(  tii 
fissando  per  la  hnestra  i  camini  delk 

ibbriche,  come  se  fossero  un  late 
del  problema  che  la  teneva  in  dubbio 


i6o  La  maestrina  degli  operai 

La  Mazzara,  andandosene,  le  diede 
ancora  in  fretta  in  fretta  un  sacco  di 
notizie  torinesi  :  c'era  un  matrimonio 
nella  Scuola  Sclopis;  la  contessa  Di 
Rosa  aveva  invitato  a  uno  dei  suoi 
magnifici  balli  le  due  maestre  delle 
sue  figliuole  ;  nel  ritiro  della  Visita- 
zione aveva  tentato  di  avvelenarsi 
una  ragazza  perchè  le  era  stata  se- 
questrata una  lettera  amorosa  ;  a  San 
Filippo ,  nella  prossima  quaresima, 
avrebbe  predicato  don  Calandra.  E 
glien'  aggiunse  ancor  una  suU'  uscio  : 
il  Malon,  quel  famoso  socialista  fran- 
cese, doveva  tenere  una  conferenza 
agli  operai  di  Torino  :  essa  sperava 
di  potervi  andare. 

—  Animo,  —  le  disse  infine  sulla 
via,  con  un  sorriso  adulatorio,  — 
bella  domatrice  ! 


La  >n(icstriita  digli  operai  i6r 


X\'1I. 

Dopo  molta  esitazione,  la  Warttti 
si  decise  ad  aspettare  ancora,  e  ri- 
tornò alla  scuola  serale,  il  lunedì  sera, 
un  po'  turbata  dentro,  ma  tranquilla 
di  fuori,  come  se  nulla  fosse  accaduto. 
Seduta  appena  a  tavolino,  essa  s'ac- 
corse, senza  guardare  il  ATuroni,  che 
questi  stava  in  un  atteggiamento  in 
cui  non  l'aveva  mai  veduto,  coi  pugni 
appoggiati  sul  banco  e  il  mento  sui 
pugni;  e  le  bastò,  un  minuto  dopo, 
dargli  uno  sguardo  di  sfuggita,  per 
riconoscere  che  aveva  bevuto.  Aveva 
daccapo  il  ciuffo  in  mezzo  alla  fronte, 
gli  occhi  imbambolati  e  sonnolenti,  la 
cravatta  scomposta,  e  parve  alla  mae- 

De  Amicis.  21 


102  La  maestrina  degli  operai 

stra  di  rivedergli  a  traverso  al  velo 
denso  dell'ebbrezza  l'espressione  tri- 
sta e  bieca  dei  primi  giorni,  come  se 
fosse  tornato  al  proposito  di  scher- 
nirla e  di  farle  paura.  Ma  non  fece 
alcun  disordine  quella  sera,  né  mutò 
nemmeno  l'atteggiamento,  ed  essa 
non  lo  interrogò,  né  lo  fece  leggere. 
La  sera  dopo  venne  a  scuola  intie- 
ramente in  sé,  col  viso  consueto,  e 
d'allora  in  poi  lo  rivide  stare  attento, 
guardarla,  ascoltarla  con  quell'aria 
d'ammirazione  meditabonda  e  quasi 
cupa,  ch'egli  aveva  mostrato  prima 
dell'ultimo  incontro  sul  viale.  Soltanto 
non  appariva  più  alcun  segno  d'am- 
bizione o  di  vanità  nella  sua  condotta, 
né  sulla  sua  persona  :  tornava  a  mo- 
strare il  viso  e  le  mani  poco  puliti, 
leggeva  con  trascuranza,  faceva  il  la- 


La  maestrina  degli  operai  i63 

voro  alla  diavola,  o  non  lo  faceva,  e 
pareva  che  desiderasse  di  non  essere 
interrogato,  di  esser  lasciato  tran- 
quillo nel  suo  canto,  a  guardarla  in 
silenzio,  come  un  cane  da  caccia.  Ma 
questa  sua  contemplazione,  così  pro- 
lungata alle  volte  che  egli  non  se- 
guitava più  sul  libro  la  lettura  degli 
altri,  e  m.etteva  le  spalle  al  muro, 
voltandosi  in  pieno  verso  destra,  per 
meglio  vederla,  quando  lei  era  dalla 
parte  della  prima  sezione,  finì  con 
dar  neir  occhio  anche  agli  alunni 
meno  osservatori.  Grandi  e  piccoli,  di 
tanto  in  tanto,  se  lo  accennavan  l'un 
l'altro  col  capo,  e  se  ne  parlavan  ne- 
gli orecchi.  To!  Era  dunque  proprio 
vero  :  Saltafinestra  era  innamorato 
della  maestrina.  Era  un  bel  caso  ! 
Questa  volta,  però,  l'avrebbe  avuta 


164  La  ìiiaesfriìia  degli  operai 

a  far  con  la  voglia.  S'aveva  bell'avere 
il  muso  di  Saltafinestra,  ci  voleva  una 
buona  dose  di  pretensione.  Nessuno 
avrebbe  mai  pensato  che  quel  lesto- 
fante lì,  che  n'aveva  già  fatte  e  pro- 
vate di  tutte  le  tinte,  avrebbe  dato 
un  tuffo  nella  bambinaggine  a  quella 
maniera.  E  gli  uomini  pei  primi  gli 
avrebbero  dato  la  berta,  se  non  aves- 
ser  saputo  che  con  lui  c'era  da  correr 
dei  rischi.  Ma  i  ragazzi,  piii  maligni 
e  meno  prudenti,  non  si  moderavano 
tanto.  Nondimeno,  grazie  al  timore 
che  incuteva,  non  sarebbe  nato  nes- 
suno scandalo,  s'egli  non  si  fosse  la- 
sciato andare  a  provocarlo. 

11  Muroni  che,  nei  primi  giorni, 
aveva  eccitato  la  classe  alle  risa  e 
al  disordine  in  odio  alla  maestra,  ve- 


La  maestrina  degli  operai  i65 

deva  male  ora  che  altri  le  desse  noia 

0  le  facesse  offesa.  Cominciò  a  guar- 
dare a  traverso  quelli  che  facevan 
del  chiasso,  prima  quasi  involontaria- 
mente, come  un  uomo  frastornato  in 
un  pensiero  fisso  ;  poi  col  proposito 
manifesto  di  farli  smettere,  fissando 
l'un  dopo  l'altro  i  disturbatori.  Quando 
costoro  se  ne  accorsero,  incoraggian- 
dosi a  poco  a  poco  al  vedersi  con- 
cordi, presero  a  far  peggio  ;  e  allora 
alla  stizza  di  prima  s'aggiunse  in  lui 
il  risentimento  dell'ingiuria  a  lui  di- 
retta. La  cosa,  per  alcune  sere,  non 
passò  i  termini;  ma  poi  egli  s'inasprì. 

1  disturbatori  ostinati  non  eran  che 
i  ragazzi,  ma  tanto  più  egli  si  sentiva 
ferito  nell'orgoglio,  che  non  riusciva 
a  farsi  temere  da  un  pugno  di  mo- 
nelli, lui  che  aveva  fatto  tremare  degli 


i66  La  ìuaestrina  degli  operai 

uomini.  Principiò,  quando  s'arrischia- 
vano a  qualche  monelleria  più  sfac- 
ciata, a  dire  delle  impertinenze  fuor 
dei  denti,  a  minacciare  di  saldare  i 
conti  all'  uscita.  E  proprio  sul  viso 
nessuno  osava  di  rispondergli  ;  ma 
rispondevan  tutti  insieme  facendo  la 
voce  sorda  del  cane  rugliante  o  il 
rantolo  dei  gatti  che  fan  le  fusa  ;  il 
che  lo  metteva  fuor  dei  gangheri.  11 
più  accanito  era  il  piccolo  Maggia, 
una  buona  stoffa  di  Saltafinestra  fu- 
turo ,  capace  d' affrontare  anche  un 
uomo.  Doveva  essere  opera  sua  una 
strofetta  in  dialetto,  che  la  Varetti 
gli  udì  cantare  una  sera  coi  suoi  com- 
pagni, nella  quale  rimavano  maestra 
e  Saltafinestra  a  capo  di  due  versi 
che  la  fecero  arrossire.  Ella  si  tro- 
vava in  un  impiccio  penoso  e  difticile, 


La  niaestniia  degli  operai  167 

non  potendo  accettare  in  nessun  modo 
né  sapendo  con  qual  mezzo  far  ces- 
sare quella  troppo  aperta  protezione 
di  chi  era  in  più  mala  fama  fra  i  suoi 
scolari. 

Ma  e'  era  anche  di  peij;gio.  Quella 
aperta  passione  del  Muroni  per  lei, 
quella  sua  continua  ammirazione  avi- 
da e  muta,  venivan  ravvivando  ne- 
gli altri,  per  virtij  di  simpatia,  quella 
fiammella  mista  di  sensualità  e  di 
sentimento,  di  cui  s'era  accorta  dopo 
i  primi  giorni.  Ella  si  vedeva  ora, 
anche  da  vari  degli  uomini  più  seri, 
guardata  con  occhi  più  intenti  e 
più  arditi  ;  indovinava  dei  commenti 
più  liberi  sulla  sua  persona;  co- 
glieva a  volo  delle  piccole  manife- 
stazioni di  gelosia,  perlin  sulla  fac- 
cia   eli   bronzo   di   quel    piccolo   Mag- 


i68  Lxi  maestrina  desìi 


già;  dal  quale,  passando  una  sera  in 
mezzo  ai  banchi,  le  parve  di  sentirsi 
strisciar  la  veste  con  la  mano.  I  soli 
che  rimanessero  immutabili  erano  il 
Perotti,  con  la  sua  onesta  barba  di 
buon  padre  di  famiglia,  che  trattava 
sempre  la  maestra  col  rispetto  d'un 
vecchio  servitore  ;  quella  specie  di 
bruto  dello  zio  Maggia,  sempre  osti- 
nato a  studiare,  e  curvo  sul  banco 
come  un  animale  affamato  alla  grep- 
pia, e  il  socialista  Lamagna.  Que- 
sti, senza  dimostrare  alcun  ossequio 
alla  maestra,  che  considerava  come 
una  compagna  di  officina,  pareva  che 
fosse  infastidito  della  mala  condotta 
dei  suoi  condiscepoli,  e  dava  dei  se- 
gni di  disgusto  alle  loro  escande- 
scenze più  grossolane  ;  perchè ,  se- 
condo lui,  r  operaio  avrebbe   dovuto 


La  ntaesirina  degli  operai  169 

insegnar  l'educazione  ai  signori,  e 
invece  di  farsi  disprczzare  da  loro 
con  la  villania,  farli  arrossire  con  la 
sua  dignità. 


XVIII. 

Finalmente,  il  disordine  andò  tan- 
t'oltrc  una  sera  che  la  maestra  decise 
di  ricorrere  al  maestro  Garallo.  Dieci 
minuti  dopo  la  lezione,  mentre  si  sen- 
tivano ancora  sul  viale  i  fischi  e  i 
canti  sgangherati  degli  alunni,  piena 
di  tristezza  e  fremente  di  collera, 
andò  a  picchiare  all'uscio  del  suo 
quartierino.  Le  risposero  insieme  :  — 
Avanti!  —  due  voci  gravi.  Ella  trovò 
marito  e  moglie  seduti  dalle  due  parti 
d'una  tavola  coperta  di  fogli,  tutti  e 

De  Amicis.  22 


170  La  maestrina  degli  operai 

due  con  le  grosse  teste  arruffate,  pic- 
coli e  corpulenti,  che  parevan  fratello 
e  sorella.  Il  salottino,  repubblicana- 
mente austero,  non  aveva  altro  or- 
namento che  i  ritratti  in  stampa  del 
Mazzini,  del  Saffi  e  di  Alberto  Mario, 
appesi  a  una  parete  ;  dall'  altra  pen- 
deva un  gran  quadro  calligrafico,  di- 
viso in  scompartimenti  colorati,  nei 
quali  erano  segnati  gli  stipendi  dei 
maestri  elementari  di  tutti  gli  Stati 
civili  ;  la  tavola  era  rischiarata  da  un 
lumino  da  cucina,  posto  sopra  una 
scatola  di  zucchero,  vuota. 

—  Ah!  lei  è  qui!  —  disse  il  mae- 
stro, ed  entrò  senz'altro  nel  suo  di- 
scorso prediletto,  a  proposito  d'un 
memoriale  che  stava  scrivendo,  per- 
chè il  municipio  di  Torino  accettasse 
come  validi,  pei  diritti  alla  pensione, 


La  maestrina  degli  operai  l'ji 

gli  anni  di  servizio  prestati  dai  mae- 
stri negli  altri  comuni.  —  Perchè  è 
una  sacrosanta  giustizia  !  —  esclamò. 

Ma  la  Varetti  lo  interruppe  e,  con 
voce  concitata,  gli  espose  i  casi  suoi. 
Aveva  pazientato  fin  allora,  per  non 
dargli  noia  ;  ma  non  poteva  più  an- 
dare avanti  con  quella  classe  indi- 
sciplinata, che  le  mancava  di  rispetto 
in  tutte  le  maniere,  e  faceva  della 
scuola  un  mercato.  Era  assolutamente 
necessario  che  il  maestro  andasse  la 
sera  dopo  a  dare  un  ammonimento 
solenne  a  tutti,  e  una  lezione  parti- 
colare ai  più  tristi. 

Il  maestro  si  grattò  un  orecchio; 
parve  seccato  da  quella  domanda. 

—  Verrò,  —  rispose;  —  ma....  glie- 
l'avevo  detto  che  in  quella  scuola  ci 
vuole  energia. 


172  La  maestrina  degli  operai 

—  Ma  che  energia  vuol  che  abbia 
una  ragazza  sola  davanti  a  quaranta 
uomini?  —  domandò  la  Varetti. 

—  Io  li  tenevo,  —  disse  con  una 
nota  di  trombone  la  signora  Garallo. 

—  Io  non  ho  la  sua  virtù,  —  ri- 
spose piccata  la  signorina.  —  Lei  ne 
imponeva  di  più,  anche  con  l'aspetto.... 

La  Garallo  la  fissò. 

—  Io  non  riesco  a  farmi  temere, 
—  continuò  l'altra,  —  non  so  come 
fare,  ai  miei  rimproveri  non  badano, 
faccio  tutto  quello  che  posso,  mi  ri- 
ducono alla  disperazione.  È  un  sup- 
plizio a  cui  non  posso  più  reggere. 

■  —  E  inutile,  —  disse  il  maestro, 
impazientito,  —  il  popolo  vuol  esser 
trattato  in  un  modo  particolare,  bi- 
sogna saperlo  prendere....  Non  biso- 
gna presentarglisi   con  maniere,  non 


La  titaestn'iia  degli  operai  173 

dico  aristocratiche,  non  ò  il  caso,  ma 
nemmeno,  che  so  io  ?  troppo  signo- 
rili; non  bisogna  lasciargli  vedere 
che  si  ha  quasi....  orrore  di  lui. 

La  Varetti  si  scosse  a  quelle  pa- 
role. —  Chi  le  ha  detto  che  io  usi 
dei  modi  aristocratici  ?  —  domandò 
con  risentimento.  —  Chi  le  ha  detto 
che  io  abbia  orrore  del  popolo? 

—  Il  popolo  vuol  essere  amato  !  — 
sentenziò  la  maestra  Garallo. 

—  E  io  r  amo  !  —  esclamò  la  ra- 
gazza, con  uno  slancio  vigoroso  d'af- 
fetto e  di  sdegno.  —  Che  cosa  le  può 
far  pensare  il  contrario  ? 

—  Andiamo,  —  concluse  il  Garallo, 
in  tuono  conciliante,  —  faremo  così, 
[-•er  ora  darò  ordine  al  cantoniere  di 
assistere  alle  lezioni.  La  sua  presenza 
basterai  a  tenere    a   segno  i  ragazzi. 


174  J^^^  maestrina  degli  operai 

Lei,  dal  canto  suo,  mi  darà  sera  per 
sera  i  nomi  dei  disturbatori.  Se  poi 
seguirà  qualche  cosa  di  grave,  il  can- 
toniere mi  verrà  a  chiamare,  e  al- 
lora.... non  avrò  che  da  farmi  vedere. 
Intanto,  si  faccia  coraggio. 

La  maestra,  indispettita,  stava  per 
rispondergli  :  —  Se  lo  faccia  lei  !  — 
ma  rattenne  la  parola  sulla  punta 
delle  labbra.  Si  contentò  di  fare  un 
saluto  asciutto,  e  se  n'andò. 

Uscendo,  udì  la  voce  del  maestro 
che  diceva  piano  :  —  Non  capisce  il 
popolo  ;  non  sa  star  col  popolo  —  e 
la  curiosità  la  ritenne  un  momento 
con  l'orecchio  teso.  Ma  quegli  parlava 
già  dei  maestri  del  Brasile,  i  quali, 
oltre  alla  casa  e  al  giardino,  hanno 
un  tanto  di  guadagno  per  ciascun 
alunno  promosso. 


La  uiaesirina  degli  operai  175 


XIX. 

Rassegnata,  tornò  la  sera  dopo  alla 
scuola.  Nevicava  fitto  da  varie  ore  ; 
gli  alunni  arrivavano  coi  cappelli  e 
con  le  spalle  coperti  di  neve,  scoten- 
dosi  i  panni  e  pestando  i  piedi  con 
grande  strepito.  A  metà  del  corridoio, 
la  maestra  fu  fermata  dal  cantoniere 
che  le  domandò  il  permesso  di  dirle 
una  parola  in  confidenza.  Il  maestro 
Garallo  gli  aveva  ordinato  di  assi- 
stere alle  lezioni  per  mantenere  il 
buon  ordine;  ma  egli  aveva  una  pro- 
posta da  fare  :  gli  pareva  più  politico 
di  star  nel  corridoio,  con  l'orecchio 
all'uscio,  e  d'entrar  poi  all'improvviso, 
quando  avesse    inteso   rumore,   per- 


176  La  maestrina  degli  operai 

che,  in  quella  maniera,  avrebbe  po- 
tuto cogliere  in  flagrante  i  colpevoli. 
E  dicendo  questo  strizzò  un  occhio, 
per  far  comprender  meglio  la  sua  fur- 
beria. —  Ancora  un  altro  che  aveva 
paura  !  —  La  maestra  gli  diede  uno 
sguardo  di  pietà,  dicendogli  che  fa- 
cesse quel  che  voleva,  ed  egli  dissi- 
mulando la  sua  soddisfazione,  prese 
un'impostatura  risoluta  accanto  al- 
l'uscio. 

Mancavano  quella  sera  più  d'una 
dozzina  d'alunni.  La  maestra  ne  do- 
mandò conto  e  seppe  che  erano  an- 
dati con  molta  altra  gente  a  passar 
la  serata  in  una  stalla,  dove  un  vec- 
chio contadino  reduce  dall'America, 
uno  spirito  faceto  e  bizzarro,  aveva 
invitato  mezzo  il  sobborgo  a  sentir 
la  storia  delle  sue  avventure.  Era  un 


La  maestrina  dci^li  operai  177 

po'  di  sollievo  per  lei  ;  ma  della  ra- 
gazza;^lia,  pur  troppo,  non  mancava 
un  solo. 

Fin  dai  primi  momenti  ella  s'av- 
vide che  il  Muroni  era  più  cupo  del 
solito  :  dovevano  esser  corse  parole 
fra  lui  e  gli  altri  prima  dell'entrata. 
E  vide  anche  su  quei  dieci  o  quindici 
visi  degli  alunni  più  aud:ici  come  un 
pensiero  comune,  l'apparenza  d'un 
accordo  che  avessero  fatto  fra  di  loro  ; 
forse  per  sostenersi  a  vicenda  quando 
uno  di  essi,  dopo  la  scuola,  fosse  stato 
assalito  da  Saltafìnestra,  che  avevano 
deciso  di  provocare.  Infatti,  non  ap- 
pena ella  si  voltò  verso  la  lavagna 
per  scrivere,  si  senti  dietro  alle  spalle 
un  fremito  di  risa  e  di  mormorii  più 
impertinenti  dell'usato  ;  ed  ebbe  una 
stretta  al  cuore,  indovinando  dal  suono 

De  Amicis.  .23 


178  La  maestrina  degli  operai 

particolare  di  quel  riso  le  smorfie 
laide  e  gli  atti  e  le  parole  licenziose 
che  dovevan  correre  pei  banchi.  A  un 
certo  punto,  facendosi  più  alto  il  ru- 
more, il  cantoniere  mise  il  viso  allo 
spiraglio  dell'uscio  e  disse:  —  Silen- 
zio !  Non  è  la  maniera  !  —  ma  disparve 
con  una  così  comica  rapidità,  che 
mezza  la  classe  fece  una  risata.  Pochi 
momenti  dopo,  mentre  essa  scriveva 
ancora,  le  cadde  una  freccia  di  carta 
ai  piedi,  poi  una  buccia  di  castagna. 
Ma  quegli  affronti  non  la  ferivano 
più.  Non  sentiva  più  sdegno  oramai, 
ma  una  profonda  tristezza,  e  insieme 
non  so  che  forza  nuova  nell'animo, 
che  la  teneva  là  ferma  e  intrepida, 
quasi  a  una  mortificazione  meritata, 
ad  un'espiazione  volontaria,  come  una 
monaca  al  letto  d'un  infermo  di  ma- 


La  maestrina  degli  operai  179 

lattici  ributtante.  \'oleva  resistere  e 
soffrir  fino  all'ultimo,  vedere  fino  a 
che  segno  sarebbero  giunti,  e  se  la 
sua  pazienza  di  santa  non  avrebbe 
finito  con  farli  vergognare  della  loro 
condotta. 

Ma  a  un  tratto  sentì  un  Ooooli!  forte 
e  prolungato  di  molte  voci,  in  suono 
di  scherno  e  di  sfida,  e,  voltandosi, 
vide  il  Muroni  ritto  sul  banco,  con  gli 
occhi  fiammeggianti  e  i  denti  stretti, 
che  mostrava  il  pugno  alla  classe. 
Ella  aprì  la  bocca  per  gettare  un 
grido  al  cantoniere.... 

In  quel  momento  si  spalancò  l'uscio, 
e  un  personaggio  sconosciuto  entrò 
nella  scuola. 

Seguì  un  silenzio  profondo. 

Era  il  nuovo  ispettore  generale  di 
Torino,    che    la  maestra    non    aveva 


i8o  La  maestrina   degli  operai 

mai  visto.  Egli  faceva  spesso  quella 
prodezza,  d'andar  a  visitare  le  scuole 
dei  suburbii  nelle  serate  peggiori  del- 
l'inverno, quando  meno  era  aspettato. 
La  sua  carrozza  s'era  avvicinata  senza 
rumore,  a  cagion  della  neve  ;  egli  era 
entrato  bruscamente  nel  corridoio,  fa- 
cendo cenno  al  cantoniere  spaurito 
di  non  annunziarlo,  e,  appeso  il  man- 
tello incerato  ad  un  gancio,  dopo  es- 
ser stato  un  po'  all'uscio  a  sentire  il 
chiasso  smodato,  aveva  fatto  quell'en- 
trata da  palco  scenico.  La  sua  alta 
figura  di  vecchio  ufficiale,  coi  baffi  e 
col  pizzo  bianco,  vestito  di  scuro,  coi 
panni  stretti  come  un'uniforme,  ispi- 
rava simpatia  e  imponeva  rispetto.  In 
una  tasca  sporgente  del  suo  fianco 
si  disegnavano  le  forme  d'una  rivol- 
tella. Era  indignato. 


La  maestrina  degli  operat  i8i 

—  Che  luogo  è  questo  ?  —  do- 
mandò, rivolto  alla  scolaresca,  dopo 
aver  detto  chi  era.  —  In  questo  modo 
rispettate  la  vostra  scuola  e  chi  v'in- 
segna? Siete  onesti  operai,  voialtri, 
o  che  cosa  siete?  Non  posso  credere 
che  siano  gli  uomini,  che  facciano  que- 
sto baccano;  ma  mi  fa  maraviglia,  nù 
fa  sdegno  che  lo  sopportino  senza 
arrossir  di  vergogna,  che  lascino  in- 
sultare in  così  indegna  maniera  la 
scuola  del  popolo.  —  Poi ,  voltan- 
dosi alla  maestra,  con  accento  se- 
vero, senza  abbassare  abbastanza  la 
voce:  —  E  lei,  signorina,  in  che  modo 
tollera  una  condotta  simile?  Come 
tiene  la  disciplina?  Ma  per  dignità 
sua,  quando  non  fosse  per  dovere 
d'ufficio,  ella  non  dovrebbe  permet- 
tere che  le  si  manchi  di  rispetto  fijio 


i82  La  maestrina  degli  operai 

a  questo  punto!  Mi  dica:  è  così  tutte 
le  sere? 

La  povera  ragazza,  ritta  davanti 
al  suo  giudice,  pallidissima,  mosse  le 
labbra  per  discolparsi  ;  ma  la  mente 
le  si  turbò,  la  voce  non  le  venne  :  le 
venne  invece  un'onda  di  lagrime,  che 
non  potè  trattenere:  tirò  fuori  il  faz- 
zoletto e  si  mise  a  piangere  come  una 
bambina. 

—  Si  ricomponga  —  le  disse  con 
voce  un  po' più  mite  l'ispettore;  — 
questo  non  giova  a  ridarle  l'autorità 
che  ha  perduta.  —  Poi  rivolse  dac- 
capo alla  scolaresca  alcune  vigorose 
parole,  che  tutti  ascoltarono  in  silen- 
zio, con  quell'attenzione  fissa  e  stu- 
pita che  il  popolo  presta  agli  attori; 
eccettuato  il  socialista  Lamagna,  che 
guardava   per  la  finestra,  con  simu- 


La  maestrina  degli  operai  i83 

lata  distrazione,  un  albero  carico  di 
neve,  rischiarato  dal  lampione  della 
scuola. 

Finita  l'intemerata,  l'ispettore  fece 
un  cenno  alla  maestra,  la  quale,  con 
f^li  occhi  rossi  e  con  voce  tremante, 
riprese  il  filo  della  lezione,  mentre 
egli  vigilava  gli  alunni  con  occhi  se- 
veri. Tutto  a  un  tratto  le  domandò: 
—  Quali  sono  i  suoi  disturbatori  abi- 
tuali ? 

La  maestra  li  conosceva  tutti;  ma 
per  pura  bontà  d'animo,  non  per 
paura,  non  parendole  nobile  di  far 
castigare  da  altri  quelli  ch'essa  non 
aveva  saputo  contenere,  rispose  con 
voce  dolce,  che  pareva  sincera  : 

—  Nessuno,  signor  ispettore.  Il  dis- 
ordine di  questa  sera  è  stato  un  caso. 

Mentre  ella  diceva  questo,  lo  sguar- 


Lm  maestrina  degli  operai 


do  dell'ispettore  si  fissò  sul  Muroni, 
attratto  dal  contrasto  della  dura  fie- 
rezza di  quel  viso  col  sentimento  che 
v'era  dipinto  in  quel  punto,  e  che 
pareva  ispirato  dalla  risposta  gene- 
rosa della  maestra,  della  quale  egli 
aveva  compreso  il  pensiero  gentile. 

—  Sta  bene,  signorina!  —  disse. 
—  L'aspetto  dopo  la  scuola  —  e  dato 
un  ultimo  avvertimento  agli  alunni, 
uscì  a  passi  di  soldato. 

La  scolaresca,  frenata  dal  sospetto 
d' una  riapparizione  improvvisa  del 
personaggio ,  si  contenne  decente- 
mente fino  alla  fine,  e  uscì  con  or- 
dine insolito,  non  facendo  che  un 
sordo  mormorio. 

]\Ia  mentre  assisteva  all'uscita  deo-U 
ultimi  alunni  dal  cortile,  prima  d'an- 
dar a  prendere  il  monito   dall'ispet- 


La  maestrina  degli  operai 


tore,  la  maestra  sentì  sul  viale  la 
voce  rauca  e  furiosa  del  Muroni,  che 
gridò:  —  Vigliacchi!  —  e  altre  voci 
smorzate  dal  nevischio  fitto,  che  gli 
risposero  degli  insulti,  di  lontano. 

XX. 

Dopo  quella  sera  parve  che  nel 
Muroni  crescessero  insieme  la  pas- 
sione per  lei  e  l'odio  contro  i  suoi 
nemici ,  e  che  meditasse  di  sfogar 
questo,  non  potendo  quella.  Ma  la 
passione  si  manifestava  in  una  ma- 
niera tutta  sua.  La  maestra  non  vide 
mai  sul  suo  viso  l'espressione  propria 
dell'amore  o  della  benevolenza:  il  suo 
viso  non  faceva  che  intorbidarsi  sem- 
pre più,  e  il  suo  sguardo    diventava 

De  Amicis.  -24 


t86  La  maestrina  degli  operai 

più  fisso  e  più  sinistro,  coi.ie  se  col 
sentimento  ch'essa  gì'  ispirava  matu- 
rasse gradatamente  in  lui  il  propo- 
sito d'un  delitto.  Un  gran  tumulto  di 
idee  e  di  sentimenti  seguiva  nel  suo 
piccolo  cranio  e  nel  suo  cuore  esaspe- 
rato di  ribelle  al  mondo  :  un  fastidio 
crescente  di  sé  ;  un  disprezzo  sempre 
più  iroso  dei  propri  eguali  ;  un'  acre 
ambizione  d'essere  educato,  istruito, 
ben  vestito,  ricco  per  effetto  di  un 
colpo  di  fortuna,  o  d'audacia,  o  d'un 
miracolo;  un  mostruoso  avvicendarsi, 
quand'era  davanti  a  lei,  di  concupi- 
scenze violente,  di  impulsi  di  pietà, 
di  fantasie  affettuose  o  feroci  o  la* 
scive,  di  subitanei  rivolgimenti  del- 
l'animo, per  cui  ora  l'avrebbe  insul- 
tata e  percossa  come  una  donna  da 
trivio,  ora  si  sarebbe  umiliato,  avrebbe 


La  maestrina  degli  operai  187 

baciato,  forbito  con  la  lingua  la  suola 
dei  suoi  stivaletti.  Egli  aveva  l'aria 
d' un  uomo  a  volte  stupito ,  a  volte 
rabbioso  e  vergognoso  di  quello  che 
accadeva  dentro  di  se.  Ma  qualunque 
cosa  passasse  nell'animo  suo,  mante- 
neva inalterate  le  forme  del  rispetto 
per  lei.  Pareva  anzi  che  le  rendesse 
pili  visibili  per  far  nascere  il  sospetto 
d'una  corrispondenza  dissimulata,  che 
avrebbe  dato  almeno  un  pascolo  ap- 
parente al  suo  amor  proprio.  E  in- 
fatti, il  sospetto  nacque  nella  scola- 
resca, che  li  osservava  assiduamente 
tutti  e  due.  Quello  studio  che  poneva 
la  maestra  a  non  guardarlo  quasi  mai, 
a  mostrar  di  non  accorgersi  dello 
zelo  iracondo  con  cui  la  proteggeva, 
non  pareva  naturale  a  molti,  i  quali 
cominciavano    a    pensare    che    fosse 


Lxi  maestrina  degli  operai 


uno  sforzo  fatto  per  velare  la  sim- 
patia. Del  resto ,  egli  era  un  bel 
giovane,  noto  per  le  sue  conquiste 
amorose  nel  proprio  ceto  ;  né  i  suoi 
compagni  potevan  capire  che  ciò  che 
principalmente  attirava  a  lui  le  donne 
sue  pari,  la  sua  trista  fama,  dovesse 
essere  per  la  signorina  una  cagione 
fortissima  di  repugnanza,  e  neppure 
erano  in  grado  di  comprender  bene 
quale  distanza  m.ettesse  fra  di  loro 
la  diversità  dell'educazione.  La  mae- 
stra s'avvide  chiaramente  di  questo 
sospetto  dall'atto  improvviso  e  osten- 
tato con  cui  tutti  si  voltavano  verso 
di  lei  e  di  lui,  ogni  volta  ch'essa  lo 
interrogava,  e  dal  tossire  affettato, 
dai  sogghigni,  dalle  mezze  parole  che 
si  lasciavano  sfuggire,  guardandola 
con  occhi  ridenti  anche  i  più  savi  ;  e 


La  maesttiita  degli  operai  189 

qucst(j  la  turbò  a  segno,  che  doveva 
far  violenza  sopra  di  se  prima  di  chia- 
marlo a  leggere,  e  preparar  quasi 
l'animo  e  i  nervi  a  ricacciare  il  ros- 
sore che  le  sarebbe  salito  alla  fronte, 
s'egli  le  avesse  rivolto  una  domanda 
all'  improvviso.  E  stava  in  continua 
ansietà  che  non  le  riuscisse  una  volta 
di  nascondere  il  suo  turbamento,  per 
che,  senza  dubbio,  la  scolaresca  non 
l'avrebbe  creduto  effetto  di  timidità 
o  di  vergogna  dei  suoi  sospetti,  ma 
rivelazione  d'amore.  Per  sua  fortuna, 
una  sera  che  essa  più  temeva,  egli 
non  venne,  e  non  si  fece  più  vedere 
a  scuola  per  vari  giorni. 

Lo  vide  una  mattina  dalla  finestra 
gironzare  nel  prato  di  là  dal  viale, 
col  capo  basso  e  con  le  mani  in  ta- 
sca, come    chiuso    nei    suoi  pensieri. 


ipo  La  maestrina  degli  operai 

Alcune  ore  dopo  lo  rivide  ancora  là, 
seduto  sopra  un  mucchio  di  ghiaia, 
coi  gomiti  sulle  ginocchia  e  i  pugni 
sotto  il  mento,  rivolto  verso  la  scuola  ; 
ma  così  lontano  che  non  ne  potè  di- 
stinguere il  viso.  La  sera  stessa,  verso 
notte ,  passando  davanti  all'  osteria 
della  Gallina,  sentì  la  sua  voce  roca 
e  avvinazzata  in  mezzo  a  un  gridìo 
assordante  di  giocatori  di  morra,  e 
riseppe  la  mattina  dopo  dal  canto- 
niere che  s'eran  picchiati  ferocemente 
dopo  la  mezzanotte,  lui  e  certi  ba- 
rabba di  Torino,  mettendo  per  aria 
l'osteria,  donde  perfino  l'oste  era  fug- 
gito ;  e  si  vedevano  ancora  per  la 
strada  dei  brandelli  di  cravatte  e  delle 
ciocche  di  capelli,  sparsi  sulla  neve. 
Si  diceva  anzi  che  il  Muroni  fosse  a 
letto    per    una    randellata.   Infine,  la 


La   iiuustriiia  degli  operai  191 

mattina  del  terzo  giorno,  scendcndc 
per  la  strada  maestra,  la  Varetti  le 
vide  a  una  cantonata,  seduto  sopra 
un  paracarro,  col  cappello  rovesciato 
indietro,  col  ciuffo  tra  gli  occhi,  con 
le  mani  nelle  tasche  dei  calzoni,  im- 
mobile e  smorto,  col  mento  insudi- 
ciato dal  sugo  nero  d'  un  mozzicone 
di  sigaro,  che  gii  pendeva  dalle  lab- 
bra, e  spettorato  come  in  piena  state. 
Guardandolo  di  sfuggita  prima  d'es- 
ser vista,  gli  lesse  scritti  sulla  faccia 
tre  giorni  e  tre  notti  d'ozio,  d'alterchi, 
di  gioco  e  d'ubbriacature,  un  abbru- 
timento che  le  strinse  l'anima,  e  la 
fece  rabbrividire,  al  solo  pensiero  di 
dover  incontrare  il  suo  sguardo.  Non 
potendo  tornare  indietro,  pensò  di 
passar  oltre  senza  voltare  il  capo  ; 
ma   quando    s'accorse    ch'ei  l'aveva 


192  La  maestrina  degli  operai 

veduta  e  che  s'alzava  lentamente, 
senza  osare  di  avvicinarsi,  fu  vinta 
da  un  senso  di  compassione,  e  lo 
guardò.  Era  briaco  ;  a  stento  potè 
levar  la  mano  al  cappello,  che  non 
trovò  subito,  e  scoprendosi,  senza 
riuscire  ad  alzare  il  viso,  le  diede 
uno  sguardo  lungo  e  profondo,  ac- 
compagnato da  un  sorriso  strano, 
stupido,  tenero,  orribile,  che  le  fece 
ribrezzo  e  pietà,  e  la  lasciò  tutta 
sconvolta. 

La  sera  del  dì  seguente  tornò  alla 
scuola  sbriacato  e  pulito,  e  al  primo 
riveder  la  maestra  e  più  al  risentir 
la  sua  voce,  come  se  tutti  i  senti- 
menti che  aveva  addormentati  per 
tre  giorni  gli  si  ravvivassero  a  un 
tratto  con  maggior  vigore,  riprese 
l'antico   atteggiamento  di  contempla- 


La  itiaestrina  degli  operai  igS 

zionc  immobile  e  cupa  ;  con  la  ciualc 
ricominciarono  gli  scherzi  e  i  disor- 
dini della  ragazzaglia.  Ma  questa  volta 
pareva  eh'  egli  avesse  mutato  idea. 
Non  minacciava  più  :  si  voltava  sol- 
tanto a  guardar  ora  l'uno  ora  l'altro, 
come  per  fissarsi  nella  memoria  i 
nomi  e  gl'insulti,  e  in  quel  momento 
la  sua  faccia  fredda  e  tranquilla  era 
più  sinistra  e  più  inquietante  di  quan- 
do minacciava.  E  così  fece  per  due 
o  tre  sere.  Poi  mancò  alla  scuola  al- 
tre due  volte. 

Alla  maestra  giunse  notizia  d'una 
nuova  rissa  seguita  la  notte  in  un'o- 
steria in  fondo  al  paese,  tra  lui  e 
certi  contadini  della  borgata  vicina  : 
s'cran  viste  la  mattina  delle  tracce  di 
sangue  sullo  scalino  esterno  d'una 
cappella.  Una  notte  ella  riconobbe  la 

De  Amicis.  25 


t94  -^^  maestrina  degli  operai 

sua  voce  in  mezzo  a  quelle  di  vari 
altri ,  che  passarono  cantando  nel 
campo  dietro  la  scuola,  e  s'allonta- 
narono neir  aperta  campagna  ;  e  la 
mattina  dopo,  appena  levata,  fu  tutta 
stupita  di  vederlo  seduto  nel  fosso 
del  viale,  sotto  la  sua  finestra,  con 
la  schiena  appoggiata  all'albero  e  il 
mento  sul  petto,  che  dormiva,  in 
mezzo  al  ghiaccio.  Poi  tornò  a  scuola 
una  sera,  ubbriaco  e  insonnolito,  e 
stette  per  due  ore  immobile,  con  gli 
occhi  lustri,  in  una  specie  d'ammira- 
zione stupida  e  infantile  d' un  suo 
nuovo  vestito  color  cinerino.  Si  ri- 
scosse verso  la  fine,  furibondo  contro 
un  ragazzo  che  aveva  lanciato  una 
pelle  di  topo  sul  palco,  ai  piedi  della 
maestra.  Questa,  all'uscita,  sentì  un 
gran  tumulto,  e  riseppe    la    mattina 


La  iiiaestriiia  degli  of>erai  iqS 

dopo  ch'egli  aveva  preso  a  schiaffi  e 
a  calci  il  ragazzo.  Poi  disparve  per 
altri  due  giorni,  e  le  dissero  ch'era 
stato  arrestato. 

Non  era  vero  ;  ma  non  lo  vedevano 
da  un  giorno  cuna  notte:  qualcuno 
diceva  che  fosse  a  Torino.  La  Varetti 
lo  seppe  una  mattina  da  sua  madre, 
che  la  venne  a  trovare  tutta  pian- 
gente, in  uno  stato  d'agitazione  feb- 
brile, con  un  viso  che  pareva  l'imma- 
gine dello  spavento. 

—  Ah  !  signora  maestra  —  esclamò, 
entrando  nella  camera  —  dove  sarà 
il  mio  figliuolo  che  non  si  vede  più  ! 
Cosa  gli  sarà  mai  accaduto  !  Come 
posso  io  durar  questa  vita.  Dio  di 
misericordia,  quel  figliuolo  che  pareva 
già  rinsavito  !  —  E   si   mise  le  mani 


196  La  niaestriiia  degli  operai 

nei  capelli,  dicendo  che  le  pareva  che 
diventasse  matto,  che  non  c'era  più 
modo  di  averne  bene,  che  l'aveva  mi- 
nacciata con  un  martello.  —  Mi  dica 
un  po',  signora  maestra  —  le  do- 
mandò con  voce  affannosa  —  son 
nati  dei  guai  coi  compagni  della  scuola, 
non  è  vero?  Cos'è  successo?  Cos'han- 
no con  lui  ? 

La  povera  donna  veniva  la  sera 
di  nascosto,  all'ora  dell'uscita  degli 
alunni,  ad  appostarsi  dietro  gli  alberi 
del  viale,  e  varie  volte,  dai  gruppi 
che  passavano,  aveva  sentito  delle 
minacce,  dei  propositi  di  vendetta 
contro  il  suo  figliolo.  La  maestra,  per 
compassione,  credette  di  doverle  dire 
che  non  sapeva  nulla,  e  cercò  di  ras- 
sicurarla; ma  non  trovava  le  parole, 
essendo  distratta  da  una  certa  espres- 


La  luaesf n'ita  dei^li  operai  197 

sione  che  vedea  negli  occhi  della 
donna,  supplichevole  e  scrutatrice  in- 
sieme, che  non  le  aveva  mai  visto. 

Questa  ricominciò  ad  esclamare  : 
—  Ah!  signorina,  il  cuore  mi  dice 
che  deve  seguir  qualche  disgrazia  ! 
Signore  Iddio,  se  me  lo  avessi  a  ve- 
der portare  una  notte  con  una  col- 
tellata, mi  fa  sangue  l'anima,  mi  va 
via  la  ragione  a  pensarci  ! 

E  nello  schianto  di  dolore  che  ri- 
senti a  quel  pensiero  trovò  il  corag- 
gio d'aprir  tutto  l'animo  suo. 

—  L'avevo  bene  avuto  io  il  so- 
spetto —  disse  a  bassa  voce,  pren- 
dendo una  mano  alla  maestra,  senza 
osare  di  guardarla  in  viso,  —  l'avevo 
ben  pensato  io  che  tutto  fosse  per 
motivo  d'  una    simpatia  ;    non  m'  ero 


198  La  Maestrina  degli  operai 

E  tutt'a  un  tratto,  giungendo  le 
mani,  con  un  accento  d'ardente  sup- 
plicazione: —  Oh  signorina  —  mor- 
morò, fissandola  negli  occhi  —  se 
lei  volesse  far  la  carità  di  dirgli  qual- 
che buona  parola,  una  sola  buona 
parola.... 

Ma  s'interruppe,  come  interdetta, 
a  uno  sguardo  di  lei. 

—  Che  discorsi  son  questi?  —  le 
domandò  la  ragazza,  arrossendo.  — 
Che  parte  è  quella  che  fate? 

La  donna  diede  in  uno  scoppio  di 
pianto. 

—  Ah!  è  vero  —  disse  poi  — "mi 
perdoni,  signorina....  perdoni  a  una 
povera  mamma  che  non  sa  più  quello 
che  si  dica  !  —  e  le  prese  e  le  baciò 
le  mani  con  uno  slancio  di  affetto 
così    umile    e    così    doloroso,  che  la 


La  maestrina  degli  operai  199 

maestra,  improvvisamente  commossa, 
svincolò  la  destra  e  glie  la  mise  in 
atto  di  carezza  pietosa  sul  capo  bian- 
co, da  cui  era  caduto  il  fazzoletto , 
dicendole:  —  Fatevi  animo,  povera 
donna,  fatevi  animo;  vedrete  che  non 
seguirà  nulla.  E  poi....  io  vedrò.... 
gli  dirò  qualche  cosa.... 

—  Dio  la  benedica!  —  rispose  la 
vecchia  rialzando  il  viso  —  Dio  la 
benedica  !  Anche  una  sola  parola.... 
alle  volte....  che  non  faccia  morir  di 
disperazione  sua  madre,  che  ha  già 
penato  tanto,  che  non  si  metta  a 
nessun  brutto  rischio,  per  compas- 
sione dei  miei  ultimi  giorni,  che  salvi 
r  anima  sua! 

Ma  neir  andarsene  fu  ripresa  dal 
suo  terribile  presentimento.  —  Ilo 
paura  che  me  lo  ammazzino!  —  escla-^ 


La  maestrina  degli  operai 


mò,  rimettendosi  a  piangere.  —  Mi 
dice  il  cuore  che  ha  da  finir  male,  ho 
paura  che  me  lo  ammazzino  !  Che  Dio 
ci  tenga  le  sue  sante  mani  sul  capo! 
Ed  era  già  sull'uscio,  quando  tornò 
indietro  con  impeto  a  baciar  la  mano 
alla  ragazza.  Poi  se  n'  andò,  con  le 
mani  sul  viso. 


La  maestrina  desili  operai  201 


XXL 

La  Varetti,  per  pietà  di  quella  po- 
vera vecchia,  decise  di  farsi  forza  e 
di  mantener  la  sua  promessa,  di  dare 
qualche  ammonimento  amorevole  al 
giovane,  per  indurlo,  se  non  altro,  a 
non  incrudelire  contro  sua  madre. 
Ma  non  sapeva  quando  né  dove  par- 
largli, non  passandole  neppur  per  la 
mente,  con  gli  umori  di  quella  sco- 
laresca, di  chiamarlo  in  disparte  al- 
l' entrata  o  all'  uscita.  Questa  incer- 
tezza le  durò  tutto  quel  giorno.  La 
sera  Saltafinestra  venne  a  scuola. 

Aveva  il  viso  più  livido  degli  altri 
giorni  e  un'alterazione  di  lineamenti 
che  annunziavano  un'ubbriacatura  di 

De  Amicis.  2ó 


202  La  maestrina  degli  operai 

acquavite  non  ancor  svaporata.  La 
sua  entrata  fu  accolta  con  un  mor- 
morio, che  egli  fece  cessar  subito, 
soffermandosi  in  mezzo  alla  scuola,  e 
girando  lo  sguardo  sui  banchi.  Poi 
andò  al  suo  posto,  dove  prese  l' at- 
teggiamento solito,  ma  con  un  viso 
torvo,  chiuso,  fermo,  come  se  avesse 
risoluto  di  far  qualche  colpo  la  sera 
stessa. 

La  pietà  di  sua  madre,  il  timore 
ch'egli  trascendesse  a  qualche  atroce 
provocazione  e  la  speranza  di  preve- 
nirla, indussero  la  maestra  a  tentare 
una  prova,  che  a  lei  parve  arditis- 
sima. Dopo  averci  pensato  un  pezzo, 
col  batticuore,  colto  il  momento  in 
cui  le  parve  che  tutta  la  classe  fosse 
raccolta  e  non  badasse  a  lei,  ella  si 
voltò,  verso  il  Muroni,  del  quale  era 


La   maestrina  degli  operai  2o3 

certa  d'incontrar  sempre  lo  sguardo, 

10  lìssò  per  qualche  secondo,  come 
v\o\\  aveva  fatto  mai,  con  una  espres- 
sione velata  di  indulgenza,  di  bontà, 
di  preghiera. 

11  giovine  restò  un  momento  col 
viso  immobile,  nell'  atteggiamento  di 
chi  senta  all'improvviso  la  voce  d'una 
persona  invisibile,  da  cui  gli  paia  di 
udir  pronunziare  il  suo  nome;  poi 
guardò  intorno  e  tornò  a  guardar  la 
maestra,  che  non  lo  guardava  piij  ;  e 
si  passò  una  mano  sulla  fronte.  E  da 
quel  punto  parve  che  si  destasse  in 
lui  un'  agitazione  nuova ,  un  nuovo 
ordine  di  pensieri.  I  ragazzi  ricomin- 
ciarono a  fare  il  chiasso  e  gli  scherni 
soliti  alla  maestra,  per  offender  lui. 
Egli  non  vi  badò  per  un  po'  di  tempo. 
Ma    tutt'  a    un    tratto,   avendo    udito 


204  La  ììiaestriìia  degli  operai 

mormorare  dal  piccolo  Maggia  una 
sconcia  parola  diretta  a  lei,  che  non 
l'intese,  si  voltò  di  slancio  come  una 
tigre,  e  gli  disse:  —  Maggia,  ti  ta- 
glierò  la  gola. 

Varie  voci  risposero:  —  Un  mo- 
mento I  —  Troppa  furia!  —  Vedre- 
mo I  —  e  un  vocione  dall'altra  parte 
della  scuola  muggì:  —  Ci  son  io! 

Era  lo  zio  Maggia,  che  s'era  alzato 
col  suo  testone  deforme,  tutto  infiam- 
mato. Pur  non  avendo  alcun  aftetto 
per  il  ragazzo,  che  lo  infastidiva  con 
le  sue  monellerie,  egli  sorgeva  in  di- 
fesa del  parente  minacciato,  senza  sa- 
pere il  perchè  della  minaccia,  senza  do- 
mandare né  riflettere,  come  un  bruto, 
perchè  aveva  inteso  il  suo  nome. 

—  Bucherò  anche  te!  —  gli  rispose 
il  Muroni. 


L(i  maestrina  der^li  operai 


La  maestra  gli  fece  un  ("iiiikj  di 
comando. 

—  Sapete  chi  sono  —  disse  an- 
cora il  giovane  a  tutta  la  classe,  e 
risedette,  mandando  dei  baleni  lividi 
dagli  occhi. 

La  maestra,  stentando  a  raccoglier 
la  voce,  impose  silenzio,  e  tutti  si 
quetarono,  non  per  rispetto  a  lei,  ma 
pel  presentimento  di  qualche  cosa  di 
grave,  che  annunziavano  la  risolu- 
tezza dei  visi  e  l' entrata  in  lizza 
dello  zio  Maggia,  conosciuto  per  la 
sua  forza  e  pei  suoi  furori  di  toro. 

La  Varetti  stette  col  cuore  solle- 
vato fino  alla  fine,  facendo  lezione 
con  un  fil  di  voce.  Tutti  uscirono  in 
silenzio. 

Essa  corse  nel  cortile,  dove  cercò 
invano  il  cantoniere,  e  s'avvicinò  al- 


2o6  La  ntaestrina  degli  operai 

V  uscio,  tutta  tremante,  in  aspetta- 
zione d' una  rissa  terribile.  Udì  in- 
fatti varie  voci  che  dicevano:  —  Lar- 
go! Largo!  —  per  fare  spazio  per 
la  lotta;  poi  la  voce  del  Muroni:  — 
A  noi  !  —  e  quella  dello  zio  Maggia  : 
—  Son  qui  !  —  E  s'appoggiò  al  muro 
per  non  cadere. 

Ma  invece  dei  colpi  e  delle  grida 
che  s' aspettava,  sentì  un  bisbiglio 
improvviso,  come  un  avvertimento 
che  corresse  di  bocca  in  bocca,  e  poi 
lo  stropiccìo  dei  piedi  della  folla,  che 
si  sparpagliava  in  silenzio. 

In  quel  silenzio  udì  ancora  la  voce 
del  Muroni,  già  lontana:  —  A  rive- 
derci domani. 

Varie  voci  ripeterono:  —  A  do- 
mani. 

Ed  altre,  più  vicine,  in  tuono  d'am- 


Art   maestrina  degli  operai  20-; 

monimento:  —  A  casa,  giovanotti,  a 
casa. 

Era  la  pattuglia  dei  carabinieri  che 
faceva  sgombrare  la  via. 


XXII. 

La  Varetti  non  s'era  mai  risentita 
così  vicina  come  quella  sera  al  ter- 
rore che  l'aveva  messa  a  rischio  di 
morire  nella  sua  fanciullezza,  quando 
era  stata  spettatrice  di  quella  rissa 
sanguinosa  degli  operai  minatori.  Essa 
aveva  sentito  passar  nell'aria  il  softio 
d'  un  delitto.  E  le  durò  per  tutta  la 
notte  un  ribrezzo,  un  affanno  ango- 
scioso, che  accumulò  nei  suoi  sogni 
tutte  le  più  spaventevoli  immagini 
che    r  avevano    oppressa    nel    corso 


2o8  La  ìnaestrina  degli  operai 

della  vita,  e  si  svegliò  accasciata, 
piena  di  neri  presentimenti,  cercando 
ansiosamente,  senza  trovarlo,  un  mez- 
zo d' impedire  quello  che  stava  per 
accadere.  Tirò  un  gran  respiro  di 
consolazione  vedendo  apparir  sull'u- 
scio la  maestra  Mazzara. 

Essa  veniva  così  entusiasmata  dei 
propri  disegni  che  dimenticò  h  per 
h  di  chieder  notizie  della  scuola  se- 
rale e  di  Saltafinestra,  ch'era  ciò  che 
r  aveva  spinta  fin  là,  nonostante  il 
freddo  intenso  e  la  nebbia.  Voleva 
far  scrivere  alla  Baroffi  un  articolo 
sul  cattivo  nutrimento  dei  bambini 
degli  Asili,  dove  si  faceva  un  abuso 
di  fagioli  intollerabile  ;  stava  cercando 
aderenti  per  invocare  una  riforma 
dell'  insegnamento  del  canto  nelle 
scuole  elementari,  dove,  con  la  illu- 


La  maestrina  degli  operai  209 

sione  che  i  ragazzi  imparassero  la 
musica,  li  aiiiniaestravano  faticosa- 
mente a  cantar  dei  cori  senza  ispi- 
razione e  senza  vita,  delle  nenie  fu- 
nebri, che  addormentavano  cantori  e 
uditori;  voleva  promuovere  una  sot- 
toscrizione per  l'are  un  dono  d'onore 
a  una  maestra  cieca,  bellissima,  del- 
l' Istituto  d' Azeglio ,  un  angelo  di 
grazia  e  di  bontà....  Infine,  quando  si 
fu  sfogata,  interrogò  e  stette  a  sen- 
tire con  grande  attenzione  l' amica, 
che  le  disse  minutamente  tutto  quello 
che  era  accaduto  e  che  essa  temeva. 

Ma,  ahimè!  fosse  per  una  cattiva 
disposizione  segreta  di  lei,  o  per  la 
natura  pericolosa  dell'  argomento,  la 
conversazione  doveva  durar  poco  e 
finir  male. 

Quand'ebbe  inteso  tutto,  ella  mise 

De  A.micis.  27 


La  maestrina  degli  operai 


fuori  un  consiglio,  che  la  Varetti  so- 
spettò fosse  preparato,  da  tanto  che 
le  venne  pronto.  —  Mia  cara  —  le 
disse,  in  tuono  di  sorella  maggiore  — 
il  mio  parere  è  questo:  che  la  cosa 
si  deve  far  finire  a  ogni  costo,  e  che 
il  farla  finita  sta  in  te.  Tu  non  devi 
permettere  che  si  commetta  un  de- 
litto per  causa  tua.  E  c'è  un  mezzo 
solo.  Tu  devi  valerti  dell'  "  ascen- 
dente „  che  hai  su  di  lui,  pigliarlo  in 
disparte  e  ordinargli  ri-so-lu-tamente 
di  desistere  da  qualunque  reazione  o 
provocazione,  di  fare  sacrifizio  del 
suo  orgoglio,  di  cedere  e  di  rasse- 
gnarsi, »per  l'interesse  tuo.  In  questo 
modo  non  accadrà  nulla  ed  egli  si 
muterà.  Se  gliel'ordhii  tu,  t'obbedirà. 
Non  c'è  altra  via.  Tu  lo  devi  far  per 
coscienza.  Questo  è  il  mio  sentimento. 


La  maatrtitn  degli  operai 


—  Ma  perche  credi  che  m'obbe- 
dirà? —  domandò  la  Varetti,  non 
comprendendo  ancora  il  suo  pensiero. 

La  Mazzara  esitò.  Poi  rispose  con 
franchezza:  —  Sta  a  te  farlo  obbe- 
dire, alla  fin  dei  conti. 

—  Oh  mia  cara  !  —  esclamò  l'amica 
con  un  sorriso  altero,  levandosi  in 
piedi  —  per  evitare  una  disgrazia 
son  disposta  a  fare  qualunque  sacri- 
fizio, fuor  che  quello  d'  avvilirmi. 

La  Mazzara  fu  punta,  e  sentì  il 
suo  sangue  popolano  rimescolarsi  , 
pensando  che  la  Varetti  avrebbe  dato 
la  stessa  risposta  anche  per  uno  dei 
suoi  fratelli.  E,  frenando  il  dispetto, 
rispose  con  un  sorriso  forzato:  — 
Pregiudizi  sociali. 

—  Pregiudizi  sociali  ?  —  ribattè 
r  altra    con    vivacità.    —   Ma  sono   i 


La  maestrina  degli  operai 


pregiudizi  della  dignità  e  dell'onore! 
Arrossirei  davanti  al  ritratto  di  mio 
padre  se  mi  venisse  solo  il  pensiero 
di  mancarvi. 

—  Oh  Dio  mio!  —  esclamò  la  Maz- 
zara,  fremendo  senza  farsi  scorgere. 

—  Gli  uomini  di  tutte  le  classi  so- 
ciali si  valgono,  salvo  che  i  loro  vizi 
e  le  loro  colpe  hanno  un  diverso  co- 
lore :  i  signori  bevon  del  vino  più  fino, 
frequentano  delle  male  donne  meglio 
vestite,  e  danno  dei  colpi  di  sciabola 
invece  che  dei  colpi  di  coltello. 

La  Varetti  frenò  un  impeto   d' in- 
dignazione, e  le  disse  con  alterezza: 

—  Tu  non  sei  in  te.  Mio  padre  s'  è 
battuto  in  duello,  e  tu  lo  metteresti 
a  paro  con  gli  accoltellatori  delle  ta- 
verne?... E  un  obbrobrio! 

—  Un  obbrobrio?...  —  rispose  quel- 


La  iitaestn'ita  dci^li  operai         2  1 3 

la,  con  la  voce  solTocata  dalla  col- 
lera —  uiì  obbrobrio?...  Ebbene,  io  ti 
(.lieo  che  mi  vanto  d' esser  figliuola 
del  popolo,  che  sono  altera  della  mia 
famiglia,  e  che  disprezzo  i  fumi  del- 
l' aristocrazia  e  non  so  che  farmi 
delle  amiche  aristocratiche! 

E  detto  questo,  con  le  lacrime  agli 
occhi,  uscì  a  grandi  passi.  La  V'aretti 
le  corse  dietro,  chiamandola  per  nome, 
pregandola  di  rientrare.  Ma  quella 
si  voltò  irritata,  e  le  rispose  :  —  Verrò 
un'altra  volta:  oggi  non  è  aria!  —  E 
disparve. 

La  ragazza  si  lasciò  andare  sopra 
una  seggiola,  profondamente  scorag- 
gita.  Anche  la  sua  amica  1'  abbando- 
nava quel  giorno  in  cui  aveva  tanto 
bisogno  di  distrazione  e  di  conforto. 
Non    potendo    regger    sola,    andò    a 


214  -^^  maestrina  degli  operai 

cercar  la  compagnia  della  maestra 
Baroffi.  La  trovò  a  tavolino  coi  ca- 
pelli scomposti,  col  suo  largo  viso 
scialbo  di  vecchia  attrice,  curva  so- 
pra una  diecina  di  quaderni  aperti, 
dov'  ella  trascriveva  frasi  e  sentenze 
di  letterati,  di  giornalisti  e  di  confe- 
renzieri, le  quali,  dopo  un  mese  di 
stagionatura  nel  suo  magazzino,  di- 
ventavan  sue,  e  le  teneva  così  co- 
scienziosamente per  sue  che,  se  le 
avveniva  di  rileggerle  altrove,  le  cre- 
deva roba  rubata  a  lei.  La  Varetti 
le  disse  le  sue  tristezze  e  le  sue  paure. 
—  Ah  benedetta  creatura  —  le  ri- 
spose quella  con  la  voce  grossa  ed 
enfatica  —  che  t'ostini  a  non  darmi 
retta!  Ma  parla  dunque,  commovili. 
Leggi  loro  qualche  bel  brano  com- 
movente del  Thouar  o  del  Lambru- 


Lxi  niaestiiiia  (Itigli  operai  2i5 

schini,  e  te  li  vedrai  mutare  sott' oc- 
chio da  così  a  così!  Ah  se  ci  fossi 
io!  —  Ma  non  ostante  la  tristezza 
della  sua  amica,  non  si  trattenne  in 
quel  discorso.  Era  tutta  eccitata  dalla 
descrizione  d' una  solennità  seguita 
air  Università  di  Londra,  dove,  nel- 
r  aula  magna,  in  presenza  del  can- 
celliere, di  tutto  il  corpo  dei  profes- 
sori e  d'una  gran  folla  di  studenti  e 
d'  altri  cittadini,  una  giovine  signora 
era  stata  insignita  del  grado  di  dot- 
tore in  scienze.  Quello  sarebbe  stato 
il  sogno  supremo  della  sua  ambizione. 
—  Figurati,  mia  cara  —  esclamò  con 
entusiasmo  —  quella  bella  signora 
con  r  assisa  rossa  e  dorata  di  dot- 
tore, in  quel  luogo,  davanti  a  tutta 
quella  gente,  in  mezzo  a  quegli  ap- 
plausi, e  Londra  intera  che  ne  parla  ! 


2i5  La  maestrina  degli  operai 

Io  vorrei  aver  quella  gloria  e  morire 
un'  ora  dopo! 

La  Varetti  la  lasciò  ai  suoi  sogni, 
più  triste  di  prima,  e  andò  a  cercare 
la  Latti.  La  trovò  che  scriveva,  da- 
vanti a  una  specie  di  altarino  di  am- 
polle e  di  scatolette  di  spezieria,  e  le 
cadevan  le  lacrime  sul  foglio.  Essa 
non  fece  misteri.  Sentiva  da  due 
giorni  dei  sintomi  così  sicari  della 
sua  fine  che  s'  era  decisa  a  scrivere 
le  sue  disposizioni  testamentarie.  La 
Varetti  sorrise  allora  per  la  prima 
volta  nella  giornata.  Ma  se  il  testa- 
mento era  comico,  la  testatrice  era 
spaventata  e  afflitta  davvero,  e  la  sua 
compagnia  non  le  poteva  giovare. 
Essa  la  lasciò  e  tornò  nella  propria 
camera,  a  contare  il  tempo  quarto 
d'  ora  per  quarto  d'  ora,  ai  rintocchi 
dell'  orologio  della  chiesa. 


La  tnaestn'tìa  degli  operai  217 

Si  riscosse  verso  le  quattro  e  andò 
dal  maestro  Garallo  per  esporgli  lo 
stato  delle  cose  e  domandargli  se  non 
credesse  opportuno  d'  avvertire  i  ca- 
rabinieri che  passassero  anche  quella 
sera  davanti  alla  scuola.  Lo  trovò  che 
trincava  tutto  solo,  un  po'  eccitato, 
forse  meno  dal  vino  che  da  qualche 
buona  notizia  iinanziaria  del  mondo 
scolastico.  Egli  non  si  mostrò  del 
suo  avviso. 

Se  noi  —  disse  —  diamo  alla  sco- 
laresca l'abitudine  di  vedere  i  7'cali 
carabinieri  alla  porta,  faremo  indub- 
biamente seguire  un  disordine  la  pri- 
ma volta  che  non  verranno.  E  poi  ne 
andrebbe  del  prestigio  della  scuola. 
Non  bisogna  mostrar  difiìdenza  del 
popolo. 

Però,  non   disconosceva  la  gravità 

De  Amicis,  23 


2i8  La  maestrina  degli  operai 

delle  cose.  E  dopo  cinque  minuti  d'in- 
certezza, prese  una  risoluzione  eroica. 

—  Questa  sera  —  disse  alzandosi, 
e  piantandosi  l'indice  al  petto  —  com- 
parirò io. 

E  la  maestra  se  n'andò,  alquanto 
riconfortata. 


La  macstrina  dec^Ii  operai  219 


XXIII. 

Ma  sul  far  della  notte  le  rinacquero 
l'ansietà,  la  tristezza  e  la  paura.  Non 
poteva  staccarsi  dalla  finestra,  di  dove 
guardava  quel  viale  solitario,  come 
per  domandargli  che  cosa  sarebbe  ac- 
caduto quella  sera  sotto  i  suoi  alberi, 
e  le  pareva  di  mal  augurio  quella 
nebbia  folta  che  copriva  ogni  cosa, 
non  lasciando  che  veder  confusamente 
l'albero  più  vicino  alla  scuola.  1  rin- 
tocchi della  campana  che  suonava  le 
ore,  lo  strepito  cupo  delle  macchine 
degli  opifici,  il  suono  lontano  dell'offi- 
cina del  fabbro,  la  lanterna  rossa  della 
Galliìia  che  ardeva  in  fondo  come  un 
occhiò  sanguigno,  tutto  le  pareva  tetro 


220  La  maestriìta  degli  operai 

e  minaccioso,  e  le  rammentava  quei 
paesaggi  sinistri  dei  cartelloni  dei  mer- 
cati, dove  eran  dipinte  quelle  scene 
d'assassinio,  che  le  facevano  una  così 
profonda  impressione  quand'era  bam- 
bina. A  una  cert'ora  sentì  il  bisosrno 
d'andar  a  pregare.  Non  si  mise  che 
un  cappuccio,  attraversò  il  viale  a 
passi  furtivi,  entrò  nella  chiesa  e  s'in- 
ginocchiò accanto  a  un  pilastro.  La 
chiesa  era  oscura  :  non  luccicava  che 
una  lampada  davanti  all'aitar  mag- 
giore :  alcune  donne  erano  inginoc- 
chiate qua  e  là  :  si  sentiva  in  fondo 
il  passo  sonoro  del  sacrestano.  Essa 
pregò,  ricordò  sua  madre,  invocò  suo 
padre  che  le  desse  animo,  e  le  parve 
che  egli  l'esaudisse.  Pensò  dopo  ai 
tanti  esempi  di  fortezza  e  di  corag- 
gio, tolti  dalla  religione  e  dalla  storia, 


Ln  iiiae'sfn'iKì  degli  operai 


clic  ella  aveva  tante  volte  raccontati 
o  letti  ai  suoi  piccoli  alunni,  con  l'ar- 
dore (li  chi  si  sente  capace  di  imitarli, 
e  si  vergognò,  pensando  che  era  una 
così  misera  cosa  appetto  a  quelle  la 
virtù  che  a  lei  occorreva  ;  che  non 
aveva  se  non  da  tener  con  dignità 
il  posto  suo;  che  non  correva  nessun 
pericolo  nella  sua  persona,  e  che, 
infine,  la  paura  era  viltà  in  un  in- 
segnante quanto  in  un  soldato.  — 
Coraggio  !  —  disse  risolutamente  rial- 
zandosi, e  rinfrancata,  impaziente  d'af- 
frontar la  paura,  s'avviò  per  uscire. 
Arrivata  alla  bussola,  mentre  alzava 
la  cortina  pesante  di  quella  specie  di 
camerino  ch'era  tra  lei  e  la  porta,  si 
vide  davanti  un  uomo.  Riconobbe  su- 
bito il  Muroni  e  tremò  all'idea  d'esser 
sola  con  lui  in  quel  luogo  chiuso  ed 


222  La  maestrina  degli  operai 

oscuro.  Ma  si  rincorò  sull'atto,  pen- 
sando ch'era  impossibile  ch'egli  ten- 
tasse una  violenza  h,  nella  chiesa.  E 
andò  innanzi. 

—  Signora  maestra  —  disse  il  gio- 
vane con  voce  triste  e  terma  ad  un 
tempo  —  preghi  per  me. 

Essa  voleva  rispondere;  ma  non  le 
venne  la  voce. 

Nello  stesso  punto  si  sentì  pren- 
dere una  mano,  con  riguardo,  come 
da  chi  non  vuol  altro  che  dare  un 
saluto  ;  ma  nel  fare  uno  sforzo  per 
svincolarla,  ella  ebbe  una  contrazione 
alle  dita,  che  strinsero  quelle  di  lui, 
e  le  rimase  ancora  tanta  chiarezza 
di  mente  da  comprendere  che  l'atto 
ch'egli  fece  subito  dopo  non  era  pre- 
meditato, ma  imposto  da  un  improv- 
viso ribollimento  del  sangue,  suscita- 


La   Ulne  strina  degli  operai  22  3 

togli  dalla  sua  stretta.  In  un  baleno, 
si  sentì  serrata  alla  vita,  poi  alle 
braccia,  poi  alle  spalle,  e  respirò  l'a- 
lito di  quella  bocca  che  cercava  il 
suo  viso  :  resistè  con  tutte  le  sue 
forze  puntandogli  le  mani  sul  petto, 
si  contorse,  si  dibattè,  cercò  di  sfug- 
girgli inginocchiandosi ,  udì  la  sua 
voce  rauca:  —  Un  bacio....  un  bacio.... 
un  bacio,  nel  nome  di  Cristo  !  —  La 
lotta  durò  qualche  momento  dispe- 
rata, in  quel  buio  odorato  d'incenso, 
rotta  da  aneliti  ardenti  e  da  singhiozzi 
strozzati....  Quando  sonò  un  passo  vi- 
cino, dentro  la  cliiesa  :  egli  la  lasciò, 
ella  si  lanciò  fuori. 

Aveva  appena  infilato  il  viale,  rag- 
giustandosi il  cappuccio  con  le  mani 
convulse,  che  risentì  la  voce  di  lui 
nella  nebbia,  dietro  di  sé,  una  voce 


sa 4  ^^  meiesirinet  degli  operai 

angosciata  e  supplichevole  :  —  Mi 
perdoni.  Sono  stato  un  vigliacco.  Non 
lo  farò  mai  più;  lo  giuro  sull'ani- 
ma mia  ! 

Ma  essa  non  si  voltò,  corse  alla 
scuola,  salì  in  furia  nella  sua  camera, 
cadde  in  ginocchio  davanti  al  ritratto 
di  suo  padre,  e  scoppiò  in  singhiozzi. 


La  inaestrina  dc^li  oj>enii 


XXIV. 

Ma  un  presentii  11  unto  conm.so  che 
quello  dovesse  essere  il  loro  ultimo 
incontro,  e  che  ci  fosse  per  aria  qual- 
che cosa  di  più  grave  di  quella  nuova 
violenza  fatta  a  lei,  la  distolsero  an- 
che questa  volta  dal  fare  qualunque 
passo.  Non  solo,  ma  al  momento  di 
presentarsi  alla  scuola,  ella  si  ritrovò 
assai  pili  coraggio  che  non  avesse 
sperato,  forse  per  effetto  appunto  di 
quel  presentimento,  che  le  annun- 
ziava una  fine,  qualunque  fosse,  dei 
suoi  aftanni.  Nel  corridoio,  mentre 
gli  alunni  entravano,  il  cantoniere  la 
fermò,  e  le  disse  con  la  faccia  in- 
quieta :  —  Si  riguardi,  signora  mae- 

De  Amicis.  29 


226  La  maestrina  degli  operai 

stra,  perchè....  ho  sentito  certi  di- 
scorsi :  ha  da  essere  una  serataccia.  — 
Entrò:  la  classe  era  completa,  non- 
ostante il  freddo  e  la  nebbia  fittissima 
che  copriva  la  campagna  come  un'im- 
mensa nuvola  di  /umo.  Ella  sentì  un 
tanfo  più  forte  del  solito  di  pipa,  di 
grasso  di  macchina  e  di  liquori.  Quan- 
do sah  sul  palco  e  si  voltò  verso  la 
scolaresca,  si  fece  un  silenzio  inusi- 
tato, e  tutti  la  guardarono  con  un'e- 
spressione nuova  di  curiosità.  E  in 
fatti,  il  turbamento  di  tutta  quella 
giornata,  il  pianto  di  poco  prima,  la 
stanchezza  che  da  vari  giorni  l'op- 
primeva, avevano  affinato  e  ingenti- 
lito ancora  il  suo  bel  viso  di  grande 
bambina,  del  quale  faceva  apparir  pii!i 
pura  la  bianchezza  delicatissima  un 
vestito  di  lana  nera;  e  v'era  nella  sua 


I.n   macstrina  defili  operai  227 

persona  alta  ed  esile  come  una  gra- 
zia languida  di  malata,  che  la  rendeva 
più  bella  delle  altre  sere.  Girando 
uno  sguardo  rapido  sulla  scolaresca, 
vide  che  non  mancava  nessuno  dei 
suoi  tormentatori,  compreso  il  Muroni. 

Era  appena  seduta  quando  s'aperse 
r  uscio  e  si  presentò  il  maestro  Ga- 
rallo.  La  maestra,  che  disperava  già 
ch'ei  mantenesse  la  sua  promessa,  si 
rallegrò. 

Al  modo  com'egli  entrò  scotendo 
la  grossa  testa  chiomata,  pestando  i 
piedi  e  fulminando  occhiate  sui  ban- 
chi, c'era  da  prevedere  che  avrebbe 
fatto  alla  scolaresca  un'ammonizione 
terribile.  Salito  sul  palco,  infatti,  parve 
per  qualche  momento  quasi  soffocato 
dallo  sdegno  e  dal  peso  delle  parole 
-olenni  che  doveva  dire.  Poi  disse  co] 


228  La  maestrina  degli  operai 


tuono    della   più    affabile  familiarità: 

—  Cosa  ho  inteso  dire,  figliuoli,  che 
ci  sono  dei  malumori  fra  voialtri? 
Questo  mi  dispiace....  e  non  dev'es- 
sere. Che  diavolo  !  Chi  ha  da  esser 
d'accordo  a  questo  mondo,  se  non 
sono  d'accordo  gli  operai?  E  poi,  pare 
che  non  vi  portiate  abbastanza  bene. 
Non  capisco  perchè.  Nella  mia  classe 
stanno  che  è  un  incanto.  (In  quel  mo- 
mento si  sentiva  il  baccano  dei  suoi 
scolari).  Tanto  meglio  vi  dovreste 
portar  voi  per  rispetto  e  per  riguardo 
alla  signora  maestra.  Andiamo  dun- 
que, state  buoni  e  non  ci  date  dei 
dispiaceri....  se  non  ne  volete  avere 
anche    voialtri.    E    ricordatevi    bene 

—  concluse  con  uno  sguardo  moltro 
espressivo  —  che  soltanto  con  la 
concordia  e  con  l'istruzione  la  classe 


La  wac^tn'iia  rlcgli  operai  229 

operaia  potrà  maturare  i  suoi  de- 
stini. 

Lanciata  questa  frase  che  nessuno 
capì,  egli  se  n'andò  con  quattro  salti. 
Qualcuno  dei  ragazzi  rise  ;  i  grandi 
rimasero  muti  e  indifferenti.  La  mae- 
stra, un  po'  delusa,  incominciò  la  le- 
zione. 

Con  suo  stupore,  la  classe  stette 
in  un  silenzio  insolito,  e  da  principio 
essa -ne  fu  contenta.  I\Ia  poco  dopo 
s'inquietò  appunto  di  quel  silenzio. 
Vide  su  molti  visi  come  un'aspetta- 
zione meditabonda  di  qualche  cosa 
che  dovesse  accadere  tra  poco,  e  che 
fosse  immancabile,  il  pensiero  fisso 
d'un' azione  concertata  da  un  certo 
numero  di  alunni  :  fra  i  quali  e  il 
Muroni,  più  stravolto  dell'usato,  s'in- 
crociavano continui    sguardi    indaga- 


23o  La  ìnacstriìia  degli  operai 

tori.  Perfino  quel  bruto  di  zio  Mag- 
gia, così  cocciutamente  attento  alla 
lezione  tutte  le  altre  sere,  le  pareva 
divagato  e  inquieto.  Pur  troppo,  dun- 
que, i  suoi  presentimenti  non  l'ave- 
vano ingannata.  Ma  quello  che  le  dava 
più  pensiero  era  la  faccia  di  bronzo 
del  piccolo  Maggia,  sulla  quale  ap- 
pariva un'aria  di  sfida,  il  riso  spavaldo 
e  tristo  del  discolo  senza  coscienza  e 
senza  cuore,  che  si  sente  spalleggiato 
e  aizzato  a  commettere  una  cattiva 
azione,  e  che  ne  pregusta  la  gioia  ve- 
lenosa e  la  gloria  infame.  Per  la  prima 
volta  egli  scansava  il  suo  sguardo, 
abbassando  gli  occhi  diabolici  quando 
ella  lo  fissava,  e  nascondendo  il  sor- 
riso malvagio  dietro  la  mano  sporca, 
con  cui  si  tormentava  la  lanugine  del 
labbro  di  sopra.  Passò  per  la  mente 


La   tiuiisittim  digli  afferai  23 1 

alla  maestra  che  la  combriccola  avesse 

incaricato  lui  di  farle  a  un  crrto  mo- 
li icnto  un'offesa  grave,  per  provocare 
Saltafincstra.  Nondimeno,  una  gran 
parte  della  lezione  passò  senza  dis- 
ordini. Avcvan  forse'  fissato  di  fare 
il  colpo  verso  la  fino,  perche  il  con- 
ti itto  inevitabile  potesse  seguire  quasi 
immediatamente  la  provocazione.  Non 

i  fu  che  un  incidente  notevole,  una 
breve  discussione  letteraria  fra  la 
maestra  e  il  Lamagna ,  a  proposito 
d'una  parola  che  questi  aveva  usato 
nel  componimento.  Aveva  scritto:  — 
"  Entrò  in   quel    momento    un    altro 

fruitalo.  „  Alla  maestra,  digiuna  del 
linguaggio  socialistico,  quel  participio 
buttato  là  come  sostantivo,  per  espri- 
mere il  concetto  di  "  operaio  sala- 
riato,   sfruttato    dal    padrone  „    non 


232  La  maestrina  degli  operai 

riusciva  intelligibile;  e  alla  spiega- 
zione che  il  Lamagna  le  diede,  ella 
fece  qualche  obbiezione  puramente 
grammaticale,  che  quegli  accolse  con 
un  sorriso  di  compatimento  rispet- 
toso. Infine,  quando  non  mancava  più 
che  un  quarto  d'ora  all'uscita,  visto 
che  da  vari  banchi  si  facevano  dei 
cenni  d'incitamento  al  piccolo  Maggia, 
presa  da  timore,  ebbe  l'idea  di  pre- 
venire quel  che  doveva  succedere, 
scendendo  coraggiosamente  tra  i  ban- 
chi e  avvicinandosi  in  aria  benevola 
al  ragazzo,  per  guardare  il  suo  qua- 
derno. Pensava  che  quell'atto  cortese 
l'avrebbe  forse  distolto  dal  suo  pro- 
posito. Riuscì  infatti  a  impedire  quello 
che  era  stato  disegnato,  ch'era  di  get- 
tare un  oggetto  indecente  sul  suo 
tavolino  ;  ma  avvenne  di  peggio.  Men- 


La  maestrina  degli  operai  233 

tre  essa  stava  china  sul  banco,  toc- 
cando quasi  col  capo  il  capo  di  lui, 
questi  le  passò  un  braccio  intorno 
alla  vita. 

.Sonò  una  gran  risata  su  vari  banchi. 

Ella  si  svincolò,  mettendo  un  leg- 
giero grido;  il  Muroni  balzò  ritto  sul 
banco  per  avventarsi  sul  ragazzo. 

—  Muroni!  —  gridò  la  maestra  con 
tutta  la  forza  che  potè  raccogliere.  — 
Stia  al  suo  posto  ! 

Il  Muroni  si  rimise  a  sedere,  ad- 
dentandosi un  pugno.  La  maestra  or- 
dinò al  ragazzo  d'uscir  dalla  scuola. 
Questi  prese  i  suoi  libri,  e  se  n'andò 
dimenando  le  spalle;  ma  si  voltò  an- 
cora sull'uscio  a  lanciare  uno  sguardo 
di  scherno  al  Muroni  che,  digrignando 
i  denti,  gli  fece  un  cenno  con  la  mano 
tesa:  —  Aspetta. 

De  Amicis.  3U 


2  34  ^'^  maestrina  degli  operai 

La  maestra  tornò  al  suo  posto, 
senza  sangue  nelle  vene,  e  presa  da 
un  violento  tremito,  non  tanto  per 
l'affronto  ricevuto,  quanto  per  le  con- 
seguenze immediate  che  ne  preve- 
deva. Un  silenzio  profondo,  che  la 
impaurì,  succedette  nella  classe.  Tutti 
i  visi  s'eran  fatti  seri.  Il  Muroni  aveva 
un'espressione  d'odio  e  di  risoluzione, 
da  cui  si  capiva  che  nessuna  parola 
umana  l'avrebbe  potuto  rimuovere. 
Il  rimanente  della  lezione  passò  per 
lei  come  un  sogno  angoscioso.  Sentì 
sul  viale  lo  zufolìo  canzonatorio  del 
piccolo  Maggia,  che  doveva  esser  poco 
lontano  dall'  uscio.  Avrebbe  voluto 
mandare  il  cantoniere  a  chiamare  i 
carabinieri,  avrebbe  voluto  mandare 
a  chiamare  il  maestro,  avrebbe  voluto 
ordinare  al  Muroni  di  rimanere  nella 


La   maestrina,  degli  operai  235 

sriiola  ;  ma  non  potè  far  nessuna  di 
queste  cose  :  il  suo  male  organico, 
quella  terribile  debolezza  della  spina 
che  le  toglieva  la  volontà ,  il  movi- 
mento, la  voce,  l'aveva  presa  dalla 
nuca  alle  reni  e  la  paralizzava  e  la 
istupidiva  e  le  dava  il  senso  dell'  a- 
gonia.  11  tintinnìo  della  campanella 
che  annunziò  la  fine  le  fece  Teffetto 
d'una  squilla  che  annunciasse  il  mo- 
mento della  sua  morte.  Si  lasciò  ca- 
der sulla  seggiola  e  appoggiò  il  capo 
sopra  una  mano. 

Il  Muroni  fu  il  primo  ad  uscire  o 
piuttosto  a  sparire,  attraversando  la 
scuola  come  un  fulmine.  Tutti  gli  altri 
si  precipitarono  fuori  in  gran  disor- 
dine, gli  uni  per  andar  a  difendere 
il  Maggia,  gli  altri  per  andar  a  ve- 
dere, i  più  prudenti  per  non  trovarsi 


236  La  maestrina  degli  operai 

sul  terreno  della  lotta.  La  maestra 
vide  passar  fra  questi,  come  un'om- 
bra, il  Perotti  e  il  suo  figliuolo,  ed 
ebbe  la  forza  di  chiamarlo  :  —  Pe- 
rotti !  —  per  raccomandargli  che  s'in- 
tromettesse; ma  quegU  scappò  senza 
rispondere,  tirandosi  dietro  il  ragazzo 
spaventato. 

In  quel  punto  sentì  delle  grida  acute 
sul  viale,  e  un  momento  dopo  vide 
entrare  nella  scuola  già  vuota  il  can- 
toniere, col  viso  bianco,  forse  per  ri- 
fugiarsi. 

—  Cos'è  stato?  —  domandò  la 
maestra. 

—  Saltafinestra  ha  rotto  la  faccia 
al  piccolo  Maggia  —  rispose  lui,  e 
scappò  via  per  non  ricevere  l'ordine 
d'accorrere  fuori. 

Si  sentiva  intanto  sul  viale  un  fra- 


La  maestrina  degli  operai  287 

stiiono  confuso  di  grida  e  di  passi 
concitati.  La  maestra  uscì  dalla  scuola, 
tenendosi  ai  muri,  e  sali  nella  sua 
camera,  dove  udì  le  voci  di  spavento 
della  Baroffi  e  della  Latti  dalla  ca- 
mera vicina.  Le  grida  e  i  passi  di 
fuori  pareva  che  s'allontanassero.  Ri- 
prendendo animo,  corse  ad  aprir  la 
finestra  e  s'affacciò.  La  nebbia  fittis- 
sima nascondeva  ogni  cosa.  Essa  vide 
per  terra,  davanti  alla  scuola,  al  chia- 
rore del  lampione,  dei  cappelli  sparsi 
e  un  randello.  Piìi  in  là  era  un'oscu- 
rità densa  e  misteriosa,  da  cui  usci- 
vano delle  grida  come  spente,  che 
ora  parevan  lontane,  ora  vicine,  come 
di  gente  che  s'inseguisse  girando.  — 
Di  qui!  —  Piglia  di  là!  —  Addosso! 
—  Boia!  — Avanti!  —  Bucatelo!  — 
Tre  o  quattro  ombre  passarono  cor- 


La  maestrina  degli  operai 


rendo  davanti  alla  scuola  e  dispar- 
vero dietro  la  chiesa.  La  maestra 
sentì  dei  colpi  secchi  e  sinistri  come 
di  randellate  sopra  un  cranio  ;  poi 
un  grido  altissimo,  lamentoso,  furi- 
bondo come  il  ruggito  d'una  belva 
trafitta  :  —  Assassini  !  —  poi  altre 
grida  affannose  :  —  Via  !  —  Alla 
larga  !  —  e  vide  altre  ombre  passar 
di  volo  nella  nebbia,  sotto  la  sua  fi- 
nestra, ed  altre  un  momento  dopo, 
in  cui  le  parve  di  distinguere  i  cap- 
pelli dei  carabinieri.  Poi  non  vide  più 
nulla,  e  seguì  un  silenzio  di  morte. 
Allora  si  spiccò  dal  davanzale,  senza 
pensare  a  chiudere  i  vetri,  e  barcol- 
lando e  premendosi  una  mano  sul 
cuore,  corse  al  suo  letto  e  vi  si  lasciò 
cadere,  sfinita. 

Un  momento  dopo  sentì  entrare  la 


La   ìniit strina  cic^lt   operai  289 


Baroffi,  affannata,  che  le  fece  con  ac- 
cento drammatico  molte  domande,  a 
cui  essa  non  rispose.  Quella  l'aiutò 
ad  alzarsi,  e  andarono  insieme  all'al- 
tra finestra,  che  dava  sul  cortile,  dove 
suonavano  varie  voci  :  apersero  :  udi- 
rono il  maestro  Garallo  che  incorag- 
giava il  cantoniere  ad  andar  a  pren- 
der notizie,  ripetendogli  che  tutto  era 
finito.  Ma  quegli  ricalcitrava,  rispon- 
dendo: —  Eh  sì,  mi  possono  ancora 
prendere....  come  testimonio.  —  Il 
maestro  bestemmiava,  dandogli  ogni 
specie  di  titoli,  ma  non  il  buon  esempio. 
Tornarono  all'  altra  finestra.  Sul 
viale,  nella  nebbia,  si  vedeva  un  an- 
dare e  venire  di  lumi,  si  sentiva  il 
mormorio  di  molta  gente.  A  un  tratto 
scoppiarono  le  grida  e  i  singhiozzi 
disperati  d'una  donna.  La  Varettl  ri 


ù^o  La  maestrina  degli  operai 

conobbe  quella  voce  e  s'abbandonò 
fra  le  braccia  della  sua  amica,  che  la 
portò  quasi  sul  letto. 

Di  lì  a  pochi  minuti  si  rifece  un 
gran  silenzio. 

La  maestra  Baroffi  tornò  alle  sue 
domande  :  dovevano  aver  ferito  o  am- 
mazzato qualcuno.  —  E  accaduto  qual- 
che cosa  nella  scuola?  Come  è  co- 
minciata la  hte  ?  Chi  è  stato  ?... 

—  Non  so  nulla  —  rispose  la  Va- 
retti  tremando;  —  non  posso  parlare, 
non  mi  dir  nulla  ! 

La  sua  amica  tornò  ad  affacciarsi 
alla  finestra  del  viale  ed  esclamò  :  — 
Oh  Dio  mio  !...  Hanno  mandato  a  chia- 
mare il  parroco  ! 

La  Varetti  si  mise  a  piangere. 

In  quel  punto  picchiarono  all'uscio. 
Erano    il    maestro  e  la  maestra  Ga- 


La   uuicslt  ina  degli  operai  2,\  i 

rallo  che  domandavano  il  permesso 
d'entrare  per  dare  e  chieder  notizie. 
La  Baroflì  li  avverti  che  tacessero, 
accennando  la  sua  amica  curva  sul 
letto.  Ma  il  maestro  disse  con  la  sua 
voce  di  basso  :  —  Hanno  ferito  Sal- 
tafuiestra.  Ci  son  vari  feriti. 

Però,  udendo  pianger  la  Varetti,  si 
ritirarono  tutti  e  due  per  andare  ad  as- 
sister la  Latti  che  s'era  messa  in  letto, 
dicendo  che  era  venuta  la  sua  ora. 

Le  due  donne  rimasero  un  po'  di 
tempo  in  silenzio.  Tre  colpi  vigorosi 
battuti  all'uscio  del  cortile  le  riscos- 
sero tutte  e  due.  Sentirono  la  voce 
del  cantoniere  che  parlamentava  di 
dentro  prima  di  decidersi  ad  aprire. 
—  Presto!  —  grid»)  una  voce  di  don- 
na impaziente.  —  Una  commissione 
del  signor  parroco  ! 

De  Amicis.  3» 


242  La  maestrina  degli  operai 

La  Varetti  sentì  per  istinto  che  la 
commissione  era  per  lei,  e  indovine 
quale  fosse,  e  per  uno  di  quei  rivol- 
gimenti istantanei  che  seguono  nelle 
anime  buone  e  nobili  alla  voce  d'un 
grande  dovere,  si  sentì  fuggire  tutt'a 
un  tratto  debolezza,  paura,  ribrezzo, 
e  con  uno  slancio  generoso  gridò  : 
—  Vado  !  —  e  afferrato  il  suo  cap- 
puccio, discese  correndo,  seguita  a 
fatica  dalla  sua  compagna. 

Era  quello  che  aveva  pensato.  La 
donna  veniva  da  parte  del  parroco  e 
della  madre  del  Muroni  a  supplicarla 
d'andare  al  letto  del  ferito. 

—  Son  qui!  —  rispose  la  ragazza, 
e  lasciando  il  cantoniere  stupito  del 
suo  coraggio ,  senza  rispondere  alla 
Baroffi  che  le  raccomandava  di  dir 
qualche  bella  parola,  si  slanciò  sul 
viale  con  la  donna. 


La  ntaesln'iia  degli  operai  248 


XXV. 

Essa  correva  tanto,  che  la  donna, 
con  la  lanterna  alla  mano,  stentava 
a  tenerle  il  passo.  Correvano  senza 
parlare.  Passarono  nella  nebbia  vicino 
a  vari  gruppi  di  curiosi,  che  giravano 
qua  e  là  per  il  viale,  guardando  in 
terra,  in  cerca  delle  traccie  di  san- 
gue, e  commentando  l'avvenimento. 
Arrivate  in  fondo,  videro  una  folla 
davanti  all'osteria  della  Gallina,  e 
.^ voltando  nella  strada,  capannelli  alle 
cantonate  e  davanti  agli  usci  aperti 
e  rischiarati.  Di  fronte  alla  macelleria 
incontrarono  due  carabinieri  che  con- 
ducevano uno  ammanettato ,  accom- 
pagnati da  molta    gente,    che  faceva 


244  -^  maestrina  degli  operai 


un  gran  mormorio.  La  Varetti  voltò 
il  viso  da  un'altra  parte;  la  nebbia 
impedì  alla  donna  di  riconoscere  l'ar- 
restato. —  Ah  !  ne  hanno  preso  un 
altro  !  —  esclamò.  —  Assassini  !  Dieci 
contro  uno  si  son  messi  !  —  La  casa 
del  Muroni  era  accanto  alla  tabacche- 
ria. La  maestra  la  riconobbe,  prima 
di  vederla,  dalla  molta  gente  che 
v'era  aggruppata  davanti,  e  che  s'a- 
perse in  due  ali,  guardandola  con  viva 
curiosità,  per  lasciarle  il  passaggio. 
Passando ,  udì  alcune  parole  che  la 
fecero  rabbrividire.  —  La  punta  del 
coltello  —  diceva  una  voce  —  ha 
intaccato  il  midollo  della  spina,  ca- 
pisci ;  non  c'è  più  niente  da  fare.  — 
Messo  appena  il  piede  sulla  scaletta, 
essa  intese  su  al  primo  piano  i  sin- 
ghiozzi della  vecchia,  e  fu  per  man- 


La   iiKìfi/n'iKi  degli  operai  a.\S 

carie  l'animo;  ma  vinse  quel  momento 
(li  debolezza.  Salì  afìVcttatamcnte,  vide 
un  uscio  aperto  ed  v\\\  lume,  entrò 
dililata.  La  vecchia  le  corse  incontro 
come  una  pazza,  agitando  le  mani,  sin- 
ghiozzando :  —  Mi  muore  !  Mi  muore  ! 
Dio  di  misericordia  !  Provi  lei  !  Ha 
buttato  via  il  crocifisso  !  Mi  muore 
come  un  disperato  !  Gli  salvi  l'anima 
lei,  per  l'amore  di  Gcsìi,  per  l'amore 
dei  suoi  morti,  gli  salvi  l'anima  lei, 
se  la  riconosce  ancora! 

La  maestra  si  slanciò  in  una  pic- 
cola camera  nuda  e  bassa,  e  vide  il 
ferito  sul  letto,  stravolto  e  bianco,  coi 
segni  della  morte  nel  viso,  coi  capelli 
scarmigliati,  con  la  camicia  macchiata 
di  sangue  ;  il  quale  si  dibatteva,  fu- 
rioso, sacrando,  arrotando  i  denti,  re- 
spingendo   da   se  il  parroco    che   gli 

Dk  Amicis.  31* 


246  La   ììiaestrina  degli  operai 

porgeva  il  crocifisso,  vibrando  i  pugni 
per  aria,  trafelato,  già  preso  dalla  pa- 
ralisi che  gli  levava  il  respiro.  In  un 
angolo,  il  grosso  medico  biondo  si 
lavava  tranquillamente  le  mani  in  un 
secchiolino.  Per  tutta  la  camera  v'era 
un  orribile  disordine  di  coperte  e  di 
cenci  sanguinosi.  11  piccolo  vecchio 
prete,  con  un'aria  rassegnata,  fra  un 
tentativo  e  l'altro  di  far  baciare  la 
croce  al  morente,  l'andava  ripulendo 
con  una  mano  dalla  polvere  che  le 
si  era  attaccata  suU'  ammattonato , 
dove  quegli  l'aveva  sbattuta  con  un 
manrovescio. 

La  maestra  s'avvicinò  arditamente 
al  capezzale. 

Appena  la  vide,  il  giovane  si  quetò 
tutt'a  un  tratto  e  le  fissò  in  viso  gli 
occhi  già  velati  come  da  una  sottiiis- 


Im   iii'ifitn'u'i  di'i^li  operai  2^'] 


sima  foglia  di  vetro  inumidito,  e  stette 
a  t^uardarla  con  un'espressione  di  pro- 
fondo stupore. 

La  madre,  ritta  accanto  a  lei,  disse 
singhiozzando  :  —  Figliuol  mio  !  Guar- 
da, figliuol  mio:  è  la  tua  maestra.  Non 
la  riconosci  ? 

Il  parroco  colse  quel  momento  per 
riavvicinare  il  crocifisso  al  suo  viso  ; 
ma  egli  lo  respinse  con  un  atto  iroso 
della  mano,  senza  staccar  gli  occhi 
dalla  maestra. 

Un  leggerissimo  sorriso  gli  brillò 
negli  occhi  e  sulla  bocca,  e,  ansando, 
tendendo  una  mano  incerta  verso  di 
lei,  pronunciò  qualche  parola  confusa. 

—  Mio  Dio!  —  esclamò  la  madre 
giungendo  le  mani.  —  Ha  detto  ;;//o 
Dio  ! 

Non  aveva  detto  iiiio  Dio.  La  mae- 


La  maestrina  degli  operai 


stra  sola  aveva  capito  le  sue  parole 
perchè,  con  tutt'altra  voce,  in  tutt'al 
tri  momenti,  gliele  aveva  già  udite 
dire  più  volte.  —  Mi  dia  un  bacio  — 
aveva  voluto  dire. 

E  in  quel  momento  la  prese  una 
immensa  pietà  e  una  tenerezza  infi- 
nita pensando  ch'egli  moriva  per  lei. 
Essa  pigliò  con  una  mano  la  sua  ma- 
no sinistra,  e  posandogli  l'altra  sulla 
fronte,  si  chinò,  e  lo  baciò  sulla  bocca. 

Quando  rialzò  il  capo,  lo  vide  mu- 
tato. Egli  aveva  sul  viso  una  espres- 
sione quieta  e  buona  di  riconoscenza. 
Lentamente,  senza  lasciar  la  mano 
della  maestra,  né  cessar  di  guardarla, 
stese  l'altra  mano  verso  il  prete,  prese 
il  crocifisso,  se  lo  avvicinò  alla  bocca, 
e  lo  baciò;  poi  se  lo  strinse  al  petto. 

La  madre  gettò  un  grido  di  grati- 


La  tuaestrt'ua  degli  operai  249 

tudine  a  Dio  e  cadde  in  ginocchio, 
abbandonando  il  capo  sul  fianco  della 
ragazza. 

E  il  ferito  continuò  a  tener  la  mano 
di  lei  nella  sua  e  a  fissarle  gli  occhi 
negli  occhi,  fin  che  spirò. 


FINE. 


I 


MILANO  —  FRATELLI  TREVES,  EDITORI  —  mii.ano 

F.D.  DE  AMICIS 

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MILANO  —  FRATELLI  TREVES,  EDITORI  —  milai 


L'Illustrazioni 

ITALIANA 

è  il  solo  grandi^  giorna^s  illustrato  d'Italia 
con  disegni  originali  d'artisti  italiani. 


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ìlei  formato  grande  in-4 


Direttori:  E.  TREVES  e  Ed.  XIMENES 


Le  incisioni,  eseguite  dai  primi  artisti  d'Italia,  r 
producono  gli  avvenimenti  del  giorno,  le  feste,  le  e 
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tutti  i  soggetti  che  attraggono  l'attenzione  del  pubblio 
L'Illustrazione  Italiana  ha  acquistato  una  grane 
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pubblica  e  sociale,  scienze,  belle  arti,  geografia  e  viagg 
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Centesimi  50  il  numero 

Anno,  L.  25.  -  Sem.,  L.  13.  -  Trim.,  L.  ; 

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